jeudi 25 juin 2015

Bienheureux DOMINIQUE HENARES, évêque dominicain et martyr, et bienheureux FRANCIS DU MINH CHIEU, tertiaire dominicain et martyr


Saints Dominique Hénarès et François Chieu

martyrs au Tonkin ( 1838)

Dominicain espagnol, Dominique Hénarès devint en 1803 évêque-coadjuteur de saint Ignace Delgado (Clemente Ignazio Delgado Cebrian, évêque O.P. 12-07-1838), le vicaire apostolique du Viêt-Nam. Il fut décapité avec son catéchiste, saint François Chieu, pendant la persécution contre les chrétiens.
Voir Domenico Hénarès, évêque O.P. 25-06-1838, Martyrs du Vietnam (+1745-1862), dans l'annuaire des 117 martyrs du Vietnam.

Canonisé par Jean Paul II en 1988.

Voir aussi les Saints Martyrs du Vietnam.

À Nam Dinh au Tonkin, l’an 1838, les saints martyrs Dominique Henares, évêque, de l’Ordre des Prêcheurs, et François Do Minh Chieu. Le premier propagea la foi chrétienne pendant quarante-neuf ans; le second, comme catéchiste, lui apporta une aide précieuse. Ils furent décapités ensemble pour le Christ, sous l’empereur Minh Mang.

Martyrologe romain

SOURCE : http://nominis.cef.fr/contenus/saint/1385/Saints-Dominique-Henares-et-Francois-Chieu.html

Blessed Dominic Henares, OP, and Francis Chien MM (AC)

Died in Tonkin (Vietnam) in 1838; beatified in 1900 by Pope Leo XIII; they may be included in the list of those canonized as Martyrs of Vietnam. Nearly 100 years after the death of Blessed Peter Sanz, two more Dominicans died for the faith, one of whom is celebrated today. Bishop Dominic Henares and the tertiary catechist Francis Chien died together with many others during the Annamite persecution.

Bishop Henares was born in Spain in 1765. He became bishop- coadjutor to Blessed Ignatius Delgado in 1803. In 1838, Bishop Henares, Bishop Ignatius Delgado, the apostolic-vicar of Tonkin, and Francis Chien were captured during a persecution stirred up by the mandarin. The prelates and a young priest had been hidden in the village of Kien-lao, and were accidentally betrayed by a little child who was cleverly questioned by a pagan teacher searching for the foreigners.

Alarmed at the sudden activities, the captors of Bishop Delgado put him into a small cage which was locked around him, and then put into jail with criminals. Delgado was tortured but refused to hint at the location of the others and was eventually killed. The young priest escaped.

Bishop Henares was captured at the same time. He had hidden himself in a boat, and the nervousness of the boatmen gave him away. Five hundred soldiers were detached to bring in the two dangerous criminals--the bishop and his catechist. They, too, were questioned endlessly. Two weeks after the death of Bishop Delgado, Henares was led out and beheaded in company with Chien.

The relics of all three martyrs were recovered in part, and were honorably buried by the next Dominicans to come on the scene-- Bishop Hermosilla and his companions, who would, as they knew, also be the next to die. Many of the records of these brave men were lost or deliberately destroyed, and many of them--we hope--may still be found in various neglected spots which war and trouble have caused to be overlooked (Benedictines, Dorcy).

SOURCE : http://www.saintpatrickdc.org/ss/0625.shtml

Santi Domenico Henares e Francesco Do Minh Chieu Vescovo e laico, martiri



† Nam Dinh, Vietnam, 25 giugno 1838

Francesco Do Minh Chieu, nato da famiglia cristiana in Vietnam, era fedele catechista e collaboratore del suo vescovo, s. Domenico Henares O.R, quando, nel 1838, scoppiò la persecuzione anticristiana. I persecutori stendevano sulle strade dei crocifissi e riconoscevano i cristiani dal fatto che essi non solo evitavano di calpestare la croce, ma anzi la veneravano. Francesco, attraversando una di queste strade, si affrettò a togliere tutti i crocifissi perché non venissero calpestati dai passanti, e se li strinse al petto con profonda venerazione. Fu violentemente percosso, arrestato e condannato alla decapitazione "per aver rifiutato di calpestare la croce".
Martirologio Romano: Nella città di Nam Định nel Tonchino, ora Viet Nam, santi Domenico Henares, vescovo dell’Ordine dei Predicatori, e Francesco Đỗ Minh Chiểu, martiri, dei quali il primo propagò per quarantanove anni la fede cristiana, il secondo, catechista, operò assiduamente con lui: entrambi furono decapitati insieme per Cristo sotto l’imperatore Minh Mạng.

Questo vescovo missionario domenicano e il suo catechista, Francesco Chiéu, fanno parte della gloriosa schiera dei 77 martiri annamiti e cinesi beatificati da Leone XIII il 7-5-1900. Domenico nacque a Baena, nella diocesi di Córdoba (Spagna) il 19-12-1765 da poveri genitori. Ancora giovanotto il Signore lo chiamò a servirlo nell'Ordine dei Frati Predicatori di cui vestì l'abito nel convento di Santa Croce in Granada (1783). Sentendo crescere in sé il desiderio di consacrare la sua vita alle missioni, appena fece la professione religiosa, ottenne di essere affiliato alla provincia domenicana delle Filippine, alla quale era stata affidata l'evangelizzazione del Tonchino orientale (Vietnam). Dopo essersi preparato all'apostolato nel celebre convento di Ocana, Domenico salpò da Cadice il 29-9-1785 per quelle isole con altri confratelli, tra cui S. Ignazio Delgado y Cebriàn (112-7-1838), e vi giunse il 9-7-1786, dopo un lungo e faticoso viaggio. A Manila, mentre frequentava i corsi di teologia, fu incaricato d'insegnare lettere nel collegio di San Tommaso. Poco dopo l'ordinazione sacerdotale (1789), fu mandato come missionario apostolico nel Tonchino orientale. Partì perciò per Macao, dove, all'inizio del 1790 si unì con il P. Delgado e altri due sacerdoti, anch'essi in viaggio per il medesimo Vicariato Apostolico.

Poiché il santo conosceva la lingua annamita, appena approdò nel Tonchino potè iniziare il ministero pastorale. I superiori della missione non tardarono ad apprezzare la pietà, la prudenza, la purezza di vita e la singolare pazienza di lui. Gli affidarono difatti la dirczione del seminario eretto a Tién-Chu per la preparazione dei preti indigeni. Nel delicato ufficio dovette dare ottima prova se il capitolo del 1798 lo nominò pro-vicario provinciale e, l'anno dopo, Vicario generale di Mons. Delgado, eletto Vicario Apostolico del Tonchino orientale dopo la morte di Mons. Feliciano Alonso. Pio VII nel 1800 lo nominò vescovo di Fez e coadiutore di Mons. Delgado.

Mons. Henares fu ordinato vescovo a Phunhay nel 1803, ma la nuova dignità non lo indusse a mutare il suo umilissimo genere di vita. Anzi, da quel giorno si sentì acceso da un più ardente zelo per le anime e da una più viva brama di martirio. Un giorno gli giunse dalla Spagna la notizia che gli era nata una nipotina. Allora egli compose la seguente preghiera, e la mandò al fratello perché la insegnasse alla fìgliuoletta appena fosse stata in grado di balbettarla: "Dolcissimo Gesù mio, padre della mia anima e del mio cuore, per la tua santa passione, per i meriti e l'intercessione della Vergine Maria, tua SS. Madre, ti prego di guardare con occhio misericordioso e liberare da ogni male il vescovo Fra Domenico, mio zio. Concedigli il tuo divino amore, di modo che, da esso acceso, tutte le opere sue siano di tuo servizio e, se sarà a maggiore onore e gloria tua, concedigli la grazia di spargere il suo sangue e di dare la vita per amor tuo, in testimonianza della tua fede. Amen".

Ogni anno lo zelante pastore visitava tutte le cristianità del suo Vicariato per amministrare i santi sacramenti e confermare nella fede i battezzati ancora tanto proclivi a coltivare superstizioni. L'evangelizzazione dell'Indocina (Tonchino e Cocincina), oggi Vietnam, iniziata nel secolo XVI da qualche francescano, ebbe il suo metodico organizzatore nel P. Gesuita Alessandro de Rhodes (+1660). Ci furono delle persecuzioni ma, verso il 1653, circa 300.000 annamiti avevano già abbracciato la fede cattolica. Dal 1820 al 1840 il re Minh-Manh, intelligente, ma crudele e xenofobo, cercò di estinguere la fede nel suo regno. In principio fu tenuto a freno dal viceré della Cocincina, il vecchio Thuong-Cong, favorevole ai cristiani, ma dopo la sua morte, avvenuta nel 1833, il re diede ordine che i nuovi missionari fossero cacciati, che i cristiani rinnegassero pubblicamente la loro religione calpestando il crocifisso, che le chiese fossero distrutte e soppresso l'insegnamento religioso.

Nel 1836 furono chiusi i porti agli europei e i sacerdoti ricercati attivamente. I cristiani perirono a migliaia benché di pochi sia stato possibile raccogliere notizie sufficientemente sicure da introdurre il loro processo di beatificazione. Tra le vittime più illustri figurano Mons. Ignazio Delgado y Cebriàn e il suo coadiutore, S. Domenico Henares, entrambi domenicani spagnuoli che lavoravano nelle missioni da quasi cinquant'anni. La persecuzione riprese più violenta nel 1838 motivo per cui, i due presuli, furono costretti a nascondersi ora in questo ora in quel villaggio per sfuggire alla caccia dei soldati. Il 29 maggio Mons. Delgado fu sorpreso a carcerato a Kién-Lao. Mons. Henares, che si trovava con lui, riuscì a sottrarsi alle ricerche dei soldati rifugiandosi nella casetta di una cristiana. La pia donna lo nascose dietro un graticcio di canne, che serviva per l'allevamento dei bachi da seta. Appena però i soldati si furono ritirati, per non esporre la sua ospite alla vendetta dei persecutori, nel cuore della notte egli, non potendo camminare per l'età e gli strapazzi sofferti, si fece trasportare sopra una lettiga nella vicina cristianità di Dàt-Vuot, seguito dall'inseparabile suo catechista, S. Francesco Chiéu, al quale aveva insegnato latino e teologia nel seminario di Tién-Chu. Al momento della persecuzione non aveva voluto separarsi dal vescovo fuggiasco e ricercato dai soldati quasi fosse un bandito. Francesco era riuscito a raggiungere Xuong-Dién, sul mare, con Mons. Henares, nella speranza di potere trasferirsi con lui in un'altra provincia. Vedendosi ricercati, presero a noleggio una barchetta ma, per il vento contrario, non riuscirono a prendere il largo. Il prefetto del villaggio, fingendosi loro amico, esortò i cristiani della riva a fare loro segno di ritornare a terra perché intendeva offrire loro ospitalità. I due missionari furono albergati in casa di un pescatore di nome Nghiém, ma il 9-6-1838 il prefetto del villaggio li denunciò al mandarino e costui li fece arrestare dai soldati.

Gli sgherri rinchiusero il vescovo in una gabbia di bambù, e posero una pesante canga al collo del catechista e del padrone della capanna in cui i missionari avevano trovato rifugio. Costoro furono condotti a Nam-Dinh, capitale della provincia. Davanti alla porta della città, Francesco, che camminava alla testa del corteo, a piedi, vide con orrore che erano state distese per terra delle croci perché fossero calpestate dai viandanti. Accelerò il passo, raccolse quelle croci, se le strinse al seno, e non se le lasciò strappare di mano nonostante le battiture dei soldati finché non passò la gabbia che racchiudeva Mons. Henares. I mandarini, furenti per quel gesto, lo fecero imprigionare in un luogo separato dal carcere in cui rinchiusero il vescovo.

Il processo fu istruito la notte stessa dai magistrati della città. Alla loro presenza Mons. Henares fece pubblica professione di fede. Con le loro subdole domande non riuscirono a carpirgli nessuna indiscrezione riguardo ai suoi confratelli, ed allora risolsero di convocare simultaneamente alla loro presenza anche i missionari che erano già riusciti ad arrestare. La gioia dei confessori di rivedersi fu grande, ma troppo breve. Il Vicario Apostolico, Mons. Delgado, e il suo coadiutore, Mons. Henares, attraverso i fori delle loro gabbie ebbero modo di scambiarsi le loro impressioni in spagnuolo e animarsi vicendevolmente al martirio. Si separarono con la certezza che si sarebbero visti di nuovo tra breve in cielo. L'infelice Nghiém, atterrito dalle minacce dei tormenti, rinnegò la fede calpestando e bestemmiando la croce. Anche Francesco fu invitato, in ossequio al re, a quel gesto sacrilego, ma egli rispose: "Dio è il vero sovrano, principio di tutte le cose e veramente da adorarsi; non vilipenderò mai la croce". In ricompensa, prima di rimandarlo in prigione, i giudici inviperiti lo fecero flagellare fino al sangue. Nell'attesa della sentenza reale fecero altri tentativi per salvare dalla morte il loro connazionale, ma Francesco spiegò loro le principali verità della fede e concluse il suo sermone dicendo: "Il governatore permetterebbe che un figlio camminasse sopra il corpo del proprio padre disteso per terra? E quanto meno sarà lecito a me camminare sull'immagine del Signore del cielo e della terra che tutto il mondo deve amare e adorare? Eppure il governatore vorrebbe che io calpestassi la croce!... Quand'anche mi strappasse le viscere, non oserei commettere così grande delitto!".

Accecati dal furore, i magistrati lo consegnarono ai soldati perché lo flagellassero un'altra volta. Essi lo percossero con tanta violenza da strappargli brandelli di carne. Perché si ostinava a non calpestare la croce lo posero persino a sedere sopra una tavola irta di chiodi. I due missionari furono condannati alla decapitazione perché maestri di una falsa religione. Appena ne ebbero notizia, essi si mostrarono pervasi da così grande letizia da destare ammirazione negli stessi pagani. I soldati li condussero al luogo dell'esecuzione capitale tra due fitte ale di popolo portando, inalberate sopra una picca, le sentenze di morte. Mons. Henares ogni tanto leggeva un libretto di preghiere, ogni tanto confortava i cristiani accorsi a rendergli l'estremo tributo di affetto. Francesco, benché carico della canga e ridotto tutto una piaga, diceva a coloro che vedeva in lacrime: "Perché piangete? Oggi, maestro e discepolo, entreremo insieme nella vera patria; tornatevene tranquilli alle vostre case". I mandarini avevano costretto tre soldati cristiani ad essere presenti a quella scena ferale per indurii all'apostasia, ma il vescovo, appena li vide, disse loro: Figli miei, sopportate da forti ancora per poco tempo i patimenti e conquisterete il regno dei cieli". I tre coraggiosi atleti gli risposero ad una voce: "Tu, o padre, quando entrerai in quel beato regno, ricordati di pregare per noi". Giunti al luogo del supplizio Francesco s'inginocchiò per raccomandare l'anima propria a Dio, ma il carnefice gli mozzò la testa al terzo colpo sotto gli occhi del vescovo. La stessa fine fu riservata subito dopo a costui, che tutti chiamavano il padre dei poveri. Non disponendo di grandi ricchezze , per soccorrerli rammendava con le proprie mani le loro vesti, abbreviando le ore di sonno.

Appena i due martiri furono decapitati, i fedeli e i pagani si precipitarono sui loro corpi per astergerne con pannilini il sangue e appropriarsi di brandelli delle loro vesti. I mandarini, pieni di confusione per quegli attestati di venerazione, comandarono che i giustiziati fossero immediatamente seppelliti, e comminarono pene severe a coloro che, in casi simili, fossero stati sorpresi a raccogliere sangue. La testa di Mons. Henares fu esposta dentro una cesta per sette giorni lungo la via che conduceva alla vicina città, poi fu gettata nel fiume Vi-Hoàng, legata a grosse pietre perché non fosse ritrovata. Provvidenza volle, invece, che andasse a finire nella rete di un pescatore cristiano.

I resti dei due martiri sono conservati, con quelli di altri nove, vittime del re Minh-Manh, nella città di Bùi-Chu. Essi furono canonizzati da Giovanni Paolo II il 19-6-1988.

Autore:
Guido Pettinati

Saint MAXIME de TURIN, évêque et confesseur

Saint Maxime de Turin

Évêque ( v. 423)

Il est le patron de cette ville. On pense qu'il serait né à Verceil en Italie. Il aurait assisté au concile de Milan où sa position dans la hiérarchie témoigne de son influence.

"Saint Maxime, Évêque de Turin (Italie). Il est cité en 398, alors que sa ville, dotée d'une garnison et menacée par des bandes barbares en déplacement vers les Alpes occidentales, servait de refuge à des populations rurales en fuite.

Devant une telle situation, Maxime, dont on connaît près de quatre-vingt-dix homélies, encourageait à réagir à cette dégradation du sens civique et à la désagrégation sociale. L'évêque n'hésitait pas à stigmatiser les fidèles profitant du malheur des temps, rappelant avec force le lien profond existant entre devoir du chrétien et devoir du citoyen. Saint Maxime rappelait aussi que l'amour traditionnel de la patrie inclut le devoir fiscal.

L'analyse historique et littéraire de ce grand personnage, a ajouté le Pape, "montre la croissante prise de responsabilité de l'autorité ecclésiastique dans un contexte où elle devait progressivement se substituer à une autorité civile disparaissant... Il est évident que si les choses sont très différentes aujourd'hui... les devoirs des croyants dans la société et envers leur pays demeurent valides. La convergence des devoirs de l'honnête citoyen et ceux du bon chrétien demeure des plus actuelles".

Source: VIS 071031 (320) Le 31 octobre 2007, catéchèse de Benoît XVI pour l'audience générale.

À Turin, entre 408 et 413, saint Maxime, premier évêque de cette ville. Par sa prédication toute paternelle, il amena les foules païennes à la foi du Christ et les dirigea par son enseignement plein de sagesse à la récompense du salut.

Martyrologe romain


Saint Maxime de Turin
Il fut un des prédicateurs de l’Évangile les plus en vue de l’époque patristique, et tout ce que nous savons à son sujet nous est parvenu par son corpus d’homélies reconstitué de façon critique à l’époque contemporaine. 
Parmi les rares données biographiques certaines, on sait que Maxime n’était pas originaire de Turin mais qu’il y fut présent, comme Évêque de cette ville, lors d’un Concile qui s’y tint au début du V ème siècle. 
À ses capacités oratoires, fruit d’une lecture assidue des Écritures et de la fréquentation des vénérables Pères de son temps, Maxime joignait une nette sensibilité liturgique, qui lui permit de fournir des interprétations subtiles et originales sur les Sacrements, et plus généralement sur le Culte Chrétien.
Il voua son activité pastorale surtout à l’élimination de toute forme de syncrétisme et de tout résidu de paganisme dans la pratique des Chrétiens, et plus encore à la diffusion dans les campagnes du message évangélique qui, à cette époque, restait encore très circonscrit au monde urbain.


Saint Maxime de Turin
Ier Évêque de la ville
Maxime, Ier Évêque de Turin, florissait dans le Ve siècle. On pense, d’après quelques passages de ses homélies, qu’il était né à Verceil. 
Il avait fait dans sa jeunesse une étude approfondie des Écritures et dès qu’il fut élevé au Sacerdoce, il signala son zèle pour la Foi Chrétienne par de continuelles prédications dans les diverses provinces de la Lombardie. 
Il assista, comme Évêque, au Concile de Milan en 451 et il souscrivit à celui de Rome en 465, immédiatement après le Pape Saint Hilaire, ce qui prouve qu’il était le plus âgé de tous les prélats ; on croit qu’il mourut peu de temps après son retour dan son diocèse.

Il nous reste de Saint Maxime de Turin un grand nombre de Sermons, dont  plusieurs avaient été attribuées à Saint Ambroise, à Saint Augustin, à Eusèbe d’Émèse, sur les principales Fêtes de l’année et sur différents sujet de morale.




BENOÎT XVI

AUDIENCE GÉNÉRALE

Mercredi 31 octobre 2007


Saint Maxime de Turin


Chers frères et sœurs!

Entre la fin du quatrième siècle et le début du cinquième, un autre Père de l'Eglise, après saint Ambroise, contribua de manière décisive à la diffusion et à la consolidation du christianisme dans l'Italie du Nord:  il s'agit de saint Maxime, que nous retrouvons Evêque de Turin en 398, un an après la mort d'Ambroise. Les informations sur lui sont peu nombreuses; en revanche, un recueil d'environ quatre-vingt-dix Sermons est parvenu jusqu'à nous, d'où ressort le lien profond et vital de l'Evêque avec sa ville, qui atteste un point de contact évident entre le ministère épiscopal d'Ambroise et celui de Maxime.

A cette époque, de graves tensions troublaient le bon déroulement de la coexistence civile ordonnée. Dans ce contexte, Maxime réussit à rassembler le peuple chrétien autour de sa personne de pasteur et de maître. La ville était menacée par des groupes dispersés de barbares qui, entrés par les frontières de l'Est, avançaient jusqu'aux Alpes occidentales. C'est pourquoi Turin était protégée de manière stable par des garnisons militaires, et devenait, lors des moments critiques, le refuge des populations en fuite des campagnes et des centres urbains manquant de protection. Les interventions de Maxime, face à cette situation, témoignent de son engagement pour réagir à la dégradation civile et à la désagrégation. Même s'il reste difficile de déterminer la composition sociale des destinataires des Sermons, il semble que la prédication de Maxime - pour éviter le risque de rester générique - s'adressait de manière spécifique à un groupe sélectionné de la communauté chrétienne de Turin, constitué par de riches propriétaires terriens, dont les possessions se trouvaient dans la campagne turinoise et leur maison en ville. Ce fut un choix pastoral lucide de l'Evêque, qui entrevit dans ce type de prédication la voie la plus efficace pour conserver et renforcer son lien avec le peuple.

Pour illustrer dans cette perspective le ministère de Maxime dans sa ville, on peut s'appuyer par exemple sur les Sermons 17 et 18, consacrés à un thème toujours actuel, qui est celui de la richesse et de la pauvreté dans les communautés chrétiennes. Même dans ce domaine, la ville était parcourue par de graves tensions. Les richesses étaient accumulées et cachées. "Personne ne pense au besoin de l'autre", constate avec amertume l'Evêque dans son dix-septième Sermon. "En effet, de nombreux chrétiens non seulement ne distribuent pas les choses qui leur appartiennent, mais volent également celles des autres. Non seulement, disais-je, en recueillant leur argent, ils ne l'apportent pas aux pieds des apôtres, mais ils éloignent aussi des prêtres leurs frères qui cherchent de l'aide". Et il conclut:  "Dans notre ville, il y a beaucoup de visiteurs ou de pèlerins. Faites ce que vous avez promis" en adhérant à la foi, "pour que l'on ne vous dise pas à vous aussi ce qui fut dit à Ananie:  "Vous n'avez pas menti aux hommes, mais à Dieu"" (Sermon 17, 2-3).

Dans le Sermon suivant, le dix-huitième, Maxime dénonce des formes récurrentes  de  spéculations  sur  les malheurs d'autrui. "Dis-moi, chrétien", ainsi l'Evêque apostrophe-t-il ses fidèles, "dis-moi:  pourquoi as-tu pris la proie abandonnée par les pillards? Pourquoi as-tu introduit dans ta maison un "gain", comme tu le penses toi-même, déchiré et contaminé?". "Mais peut-être", poursuit-il, "dis-tu l'avoir acheté, et crois pour cette raison éviter l'accusation d'avarice. Mais ce n'est pas de cette façon que l'on peut faire correspondre l'achat à la vente. C'est une bonne chose d'acheter, mais en temps de paix, ce que l'on vend librement, et non au cours d'un pillage ce qui a été volé... Agis donc en chrétien et en citoyen qui achète pour restituer" (Sermon  18, 3). Sans en avoir l'air, Maxime arrive ainsi à prêcher une relation profonde entre les devoirs du chrétien et ceux du citoyen. A ses yeux, vivre la vie chrétienne signifie également assumer les engagements civils. Inversement, chaque chrétien qui, "bien que pouvant vivre de son travail, capture la proie d'autrui avec la fureur des fauves"; qui "menace son voisin, qui chaque jour tente de ronger les frontières d'autrui, de s'emparer des produits", ne lui apparaît même plus semblable au renard qui égorge les poules, mais au loup qui se jette sur les porcs (Sermon 41, 4).

Par rapport à l'attitude prudente de défense prise par Ambroise pour justifier sa célèbre initiative de racheter les prisonniers de guerre, apparaissent clairement les changements historiques intervenus dans la relation entre l'Evêque et les institutions de la ville. Désormais soutenu par une législation qui invitait les chrétiens à racheter les prisonniers, Maxime, face à l'écroulement des autorités civiles de l'Empire romain, se sentait pleinement autorisé à exercer dans ce sens un véritable pouvoir de contrôle sur la ville. Ce pouvoir serait ensuite devenu toujours plus vaste et efficace, jusqu'à remplacer l'absence des magistrats et des institutions civiles. Dans ce contexte, Maxime œuvre non seulement pour rallumer chez les fidèles l'amour traditionnel envers la patrie de la ville, mais il proclame également le devoir précis de faire face aux charges fiscales, aussi lourdes et désagréables que celles-ci puissent paraître" (Sermon 26, 2). En somme, le ton et la substance des Sermons cités semblent supposer une conscience accrue de la responsabilité politique de l'Evêque dans les circonstances historiques spécifiques. Il est la "sentinelle" placée dans la ville. Qui sont ces sentinelles, se demande en effet Maxime dans le Sermon 92, "sinon les bienheureux Evêques, qui, placés pour ainsi dire sur un rocher élevé de sagesse pour la défense des peuples, voient de loin les maux qui surviennent?". Et dans le Sermon 89, l'Evêque de Turin illustre aux fidèles ses tâches, utilisant une comparaison singulière entre la fonction épiscopale et celle des abeilles:  "Comme l'abeille", dit-il, les Evêques "observent la chasteté du corps, présentent la nourriture de la vie céleste, utilisent l'aiguillon de la loi. Ils sont purs pour sanctifier, doux pour restaurer, sévères pour punir". C'est ainsi que saint Maxime décrit la tâche de l'Evêque à son époque.

En définitive, l'analyse historique et littéraire révèle une conscience croissante de la responsabilité politique de l'autorité ecclésiastique, dans un contexte dans lequel celle-ci commençait, de fait, à remplacer l'autorité civile. Telle est, en effet, la ligne du développement du ministère de l'Evêque en Italie du nord-ouest, à partir d'Eusèbe, qui "comme un moine" habitait dans sa ville de Verceil, jusqu'à Maxime de Turin, placé "comme sentinelle" sur le rocher le plus haut de la ville. Il est évident que le contexte historique, culturel et social est aujourd'hui profondément différent. Le contexte actuel est plutôt celui qui est dessiné par mon vénéré prédécesseur, le Pape Jean-Paul II, dans l'Exhortation Ecclesia in Europa, dans laquelle il offre une analyse articulée des défis et des signes d'espérance pour l'Eglise en Europe aujourd'hui (6-22). Quoi qu'il en soit, en dehors des conditions différentes, les devoirs du croyant envers sa ville et sa patrie restent toujours valables. Le lien des engagements du "citoyen honnête" avec ceux du "bon chrétien" n'est pas du tout dépassé.

En conclusion, je voudrais rappeler ce que dit la Constitution pastorale Gaudium et spes, pour éclairer l'un des aspects les plus importants de l'unité de la vie du chrétien:  la cohérence entre foi et comportement, entre Evangile et culture. Le Concile exhorte les fidèles à "remplir avec zèle et fidélité leurs tâches terrestres, en se laissant conduire par l'esprit de l'Evangile. Ils s'éloignent de la vérité ceux qui, sachant que nous n'avons point ici-bas de cité permanente, mais que nous marchons vers la cité future, croient pouvoir, pour cela, négliger leurs tâches humaines, sans s'apercevoir que la foi même, compte tenu de la vocation de chacun, leur en fait un devoir plus pressant" (n. 43). En suivant le magistère de saint Maxime et de nombreux autres Pères, nous faisons nôtre le souhait du Concile, que les fidèles soient toujours plus désireux de "mener toutes leurs activités terrestres, en unissant dans une synthèse vitale tous les efforts humains, familiaux, professionnels, scientifiques, techniques, avec les valeurs religieuses, sous la souveraine ordonnance desquelles tout se trouve coordonné à la gloire de Dieu" (ibid.) et donc au bien de l'humanité.

* * *

Je salue les pèlerins francophones, tout particulièrement les jeunes servants de messe et les membres des aumôneries de lycées. En suivant l’enseignement de saint Maxime, je vous invite tous à vivre une cohérence toujours plus résolue entre la foi et la vie, entre l’Évangile et la culture.


© Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana



« Voici le jour que le Seigneur a fait » (Ps 117,24)

Par Saint Maxime de Turin (?-v. 420),

évêque . Sermon 36 ; PL 57, 605 (trad. coll. Icthus t. 10, p. 262) 

Laissons éclater notre joie, mes frères, aujourd'hui comme hier.

Si les ombres de la nuit ont interrompu nos réjouissances, le jour saint n'est pas achevé :

-la clarté que répand la joie du Seigneur est éternelle. Le Christ nous illuminait hier ; aujourd'hui encore resplendit sa lumière.

« Jésus Christ est le même hier et aujourd'hui » dit le bienheureux apôtre Paul (He 13,8).

Oui, pour nous le Christ s'est fait le jour. Pour nous, il est né aujourd'hui, comme l'annonce Dieu son Père par la voix de David :

-« Tu es mon fils ; aujourd'hui je t'ai engendré » (Ps 2,7).

Qu'est-ce à dire ?

Qu'il n'a pas engendré son fils un jour, mais qu'il l'a engendré jour et lumière lui-même. 

Oui, le Christ est notre aujourd'hui : splendeur vivante et sans déclin, il ne cesse d'embraser le monde qu'il porte (He 1,3) et ce flamboiement éternel semble n'être qu'un jour.

« Mille ans sont à tes yeux comme un seul jour » s'écrie le prophète (Ps 89,4).

Oui, le Christ est ce jour unique, parce que unique est l'éternité de Dieu.

Il est notre aujourd'hui : le passé, enfui, ne lui échappe pas ; l'avenir, inconnu, n'a pas de secrets pour lui. Lumière souveraine, il étreint tout, il connaît tout, à tous les temps il est présent et il les possède tous.

Devant lui, le passé ne peut pas s'effondrer, ni l'avenir se dérober.

Cet aujourd'hui n'est pas le temps où selon la chair il est né de la Vierge Marie, ni celui où selon la divinité, il sort de la bouche de Dieu son Père, mais le temps où il est ressuscité d'entre les morts :

-« Il a ressuscité Jésus, dit l'apôtre Paul ; ainsi est-il écrit au psaume deuxième : ' Tu es mon fils ; aujourd'hui je t'ai engendré ' » (Ac 13,33). 

Vraiment, il est notre aujourd'hui, quand, jailli de la nuit épaisse des enfers, il embrase les hommes.

Vraiment, il est notre jour, celui que les noirs complots de ses ennemis n'ont pas pu obscurcir.

Nul jour mieux que ce jour n'a su accueillir la lumière : à tous les morts, il a rendu et le jour et la vie.
La vieillesse avait étendu les hommes dans la mort ; il les a relevés dans la vigueur de son aujourd'hui.






BENEDICT XVI

GENERAL AUDIENCE

Saint Peter's Square

Wednesday, 31 October 2007


Saint Maximus of Turin


Dear Brothers and Sisters,

Between the end of the fourth century and the beginning of the fifth, another Father of the Church after St Ambrose made a great contribution to the spread and consolidation of Christianity in Northern Italy: St Maximus, whom we come across in 398 as Bishop of Turin, a year after St Ambrose's death. Very little is known about him; in compensation, we have inherited a collection of about 90 of his Sermons. It is possible to perceive in them the Bishop's profound and vital bond with his city, which attests to an evident point of contact between the episcopal ministry of Ambrose and that of Maximus.

At that time serious tensions were disturbing orderly civil coexistence. In this context, as pastor and teacher, Maximus succeeded in obtaining the Christian people's support. The city was threatened by various groups of barbarians. They entered by the Eastern passes, which went as far as the Western Alps. Turin was therefore permanently garrisoned by troops and at critical moments became a refuge for the populations fleeing from the countryside and urban centres where there was no protection. Maximus' interventions in the face of this situation testify to his commitment to respond to the civil degradation and disintegration. Although it is still difficult to determine the social composition of those for whom the Sermons were intended, it would seem that Maximus' preaching - to avoid the risk of vagueness - was specifically addressed to a chosen nucleus of the Christian community of Turin, consisting of rich landowners who had property in the Turinese countryside and a house in the city. This was a clear-sighted pastoral decision by the Bishop, who saw this type of preaching as the most effective way to preserve and strengthen his own ties with the people.

To illustrate this view of Maximus' ministry in his city, I would like to point out for example Sermons 17 and 18, dedicated to an ever timely topic: wealth and poverty in Christian communities. In this context too, the city was fraught with serious tensions. Riches were accumulated and hidden. "No one thinks about the needs of others", the Bishop remarked bitterly in his 17th Sermon. "In fact, not only do many Christians not share their own possessions but they also rob others of theirs. Not only, I say, do they not bring the money they collect to the feet of the apostles, but in addition, they drag from priests' feet their own brethren who are seeking help". And he concluded: "In our cities there are many guests or pilgrims. Do what you have promised", adhering to faith, "so that what was said to Ananias will not be said to you as well: "You have not lied to men, but to God'" (Sermon 17, 2-3).

In the next Sermon, the 18th, Maximus condemns the recurring forms of exploitation of others' misfortunes. "Tell me, Christian", the Bishop reprimands his faithful, "tell me why you snatched the booty abandoned by the plunderers? Why did you take home "ill-gotten gains' as you yourself think, torn apart and contaminated?". "But perhaps", he continues, "you say you have purchased them, and thereby believe you are avoiding the accusation of avarice. However, this is not the way to equate purchasing with selling. "It is a good thing to make purchases, but that means what is sold freely in times of peace, not goods looted during the sack of a city... So act as a Christian and a citizen who purchases in order to repay" (Sermon 18: 3). Without being too obvious, Maximus thus managed to preach a profound relationship between a Christian's and a citizen's duties. In his eyes, living a Christian life also meant assuming civil commitments. Vice-versa, every Christian who, "despite being able to live by his own work, seizes the booty of others with the ferocity of wild beasts"; who "tricks his neighbour, who tries every day to nibble away at the boundaries of others, to gain possession of their produce", does not compare to a fox biting off the heads of chickens but rather to a wolf savaging pigs (Sermon 41, 4).

In comparison with the cautious, defensive attitude that Ambrose adopted to justify his famous project of redeeming prisoners of war, the historical changes that occurred in the relationship between the Bishop and the municipal institutions are clearly evident. By now sustained through legislation that invited Christians to redeem prisoners, Maximus, with the collapse of the civil authority of the Roman Empire, felt fully authorized in this regard to exercise true control over the city. This control was to become increasingly extensive and effective until it replaced the irresponsible evasion of the magistrates and civil institutions. In this context, Maximus not only strove to rekindle in the faithful the traditional love for their hometown, but he also proclaimed the precise duty to pay taxes, however burdensome and unpleasant they might appear (cf. Sermon 26, 2). In short, the tone and substance of theSermons imply an increased awareness of the Bishop's political responsibility in the specific historical circumstances. He was "the lookout tower" posted in the city. Whoever could these watchmen be, Maximus wonders in Sermon 92, "other than the most blessed Bishops set on a lofty rock of wisdom, so to speak, to defend the peoples and to warn them about the evils approaching in the distance?". And in Sermon 89 the Bishop of Turin describes his tasks to his faithful, making a unique comparison between the Bishop's function and the function of bees: "Like the bee", he said, Bishops "observe bodily chastity, they offer the food of heavenly life using the sting of the law. They are pure in sanctifying, gentle in restoring and severe in punishing". With these words, St Maximus described the task of the Bishop in his time.

In short, historical and literary analysis show an increasing awareness of the political responsibility of the ecclesiastical authority in a context in which it continued de facto to replace the civil authority. 

Indeed, the ministry of the Bishop of Northwest Italy, starting with Eusebius who dwelled in his Vercelli "like a monk" to Maximus of Turin, positioned "like a sentinel" on the highest rock in the city, developed along these lines. It is obvious that the contemporary historical, cultural and social context is profoundly different. Today's context is rather the context outlined by my venerable Predecessor, Pope John Paul II, in the Post-Synodal Apostolic Exhortation
 Ecclesia in Europa, in which he offers an articulate analysis of the challenges and signs of hope for the Church in Europe today (nn. 6-22). In any case, on the basis of the changed conditions, the believer's duties to his city and his homeland still remain effective. The combination of the commitments of the "honest citizen" with those of the "good Christian" has not in fact disappeared.

In conclusion, to highlight one of the most important aspects of the unity of Christian life, I would like to recall the words of the Pastoral Constitution Gaudium et Spes: consistency between faith and conduct, between Gospel and culture. The Council exhorts the faithful "to perform their duties faithfully in the spirit of the Gospel. It is a mistake to think that, because we have here no lasting city, but seek the city which is to come, we are entitled to shirk our earthly responsibilities; this is to forget that by our faith we are bound all the more to fulfil these responsibilities according to the vocation of each one" (n. 43). In following the Magisterium of St Maximus and of many other Fathers, let us make our own the Council's desire that the faithful may be increasingly anxious to "carry out their earthly activity in such a way as to integrate human, domestic, professional, scientific and technical enterprises with religious values, under whose supreme direction all things are ordered to the glory of God" (ibid.) and thus for humanity's good.




To special groups:

Dear Brothers and Sisters,

I warmly greet the Sisters of the Resurrection present in Rome for the Beatification of their Foundress Mother Celine Chludzinska Borzecka. May the Lord grant them the grace of following generously in her footsteps. I also welcome the members of the Risso Kossei-kai Buddhist group from Japan. Upon all the English-speaking visitors, including those from England, Wales, Ireland, Australia, Denmark, Sweden, Canada, the Philippines and the United States, I invoke God's abundant Blessings.

Lastly, I address my greeting to the young people, the sick and the newly-weds. May the forthcoming celebrations of the Solemnity of All Saints and the Commemoration of All Souls be a favourable opportunity for each and every one to raise their gaze to Heaven and to contemplate the future, ultimate and definitive realities that await us.


© Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana

SOURCE : http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/en/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20071031.html

Maximus, Bishop of Turin

Maximus (16) , bp. of Turin, writer, reckoned as Maximus II., the third bishop, by Cappelletti (Le Chiese d’Ital. xiv. 12, 14, 76), who puts a Maximus I. in 390 as the first bishop. Ughelli ( Ital. Sac. iv. 1022) counts them as one (cf. Boll. Acta SS. 25 Jun. v. 48). He was present at the council of Milan in 451 and signed the letter to pope Leo (Leo, Ep. 97; Labbe, iv. 583). He was also at the council of Rome in 465, where his name appears next after pope Hilary's, apparently on account of his seniority (Labbe, v. 86). Gennadius of Massilia (d. 496) gives a sketch of his works, most of which are still extant, but strangely says that he died in the reign of Arcadius and Honorius, i.e.before 423. This has led some to think that there were two bishops of this name, but the early date given by Gennadius seems irreconcilable with the many allusions to Nestorian doctrines in the homilies on the Nativity, and the general opinion is that he is wrong (Gennad. de Scrip. Eccl. c. xl. in Patr. Lat. lviii. 1081). The works of Maximus are in vol. lvii. of Migne's Patrologia Latina . They consist of 117 homilies, 116 sermons, 3 tractates on baptism, 2 (of very doubtful authority) entitled respectively contra Paganosand contra Judaeos , and a collection of expositions de Capitulis Evangeliorum (also doubtful). Many of the sermons and homilies were formerly ascribed to St. Ambrose, St. Augustine, St. Leo, etc. Several are on the great church festivals.

Points of interest in the homilies and sermons are: the notice of fixed lections (e.g. Hom, 36 and 37); abstinence from flesh meat in Lent (Hom. 44); no fasting or kneeling at prayer between Easter and Pentecost (Hom. 61). In Hom. 62, on the other hand, he mentions that the vigil of Pentecost was observed as a fast. This custom therefore probably originated in his time. St. Leo, mentioning the fast of Pentecost, makes it clear that he means the fast immediately following the festival. In Hom. 83 Maximus comments on the creed, which is exactly the same as the Roman creed given by Rufinus. Among contemporary events alluded to may be noticed the synod of Milan in 389, at which Jovinian was condemned (Hom. 9). Seven homilies (86–92) refer to the terror of the city at an impending barbaric invasion, apparently Attila's inroad, 452. Another homily (94) refers to the destruction of the church of Milan on the same occasion. He several times refers to superstitions in his diocese; their observance of the Calends of Jan. (16), their tumults during an eclipse (100), the idolatry still lurking among the lower orders (Serm. 101, 102). There are homilies on the feast of the Nativity of St. John the Baptist, on St. Lawrence, St. Cyprian, St. Agnes, and St. Eusebius of Vercelli, and several on the festival of SS. Peter and Paul which are worth particular attention. In some of these he uses very decided language on the supremacy of St. Peter, e.g. , speaking of him as the keystone of the church (Hom. 54), the "magister navis" (Serm. 114); and as entrusted with "totius Ecclesiae gubernacula" (Hom. 70). But in other places he speaks of St. Peter as supreme in discipline, St. Paul in doctrine, and remarks "inter ipsos quis cui praeponatur incertum est" (72). Nowhere does he allude to the church of Rome as inheriting exclusively the supremacy of St. Peter. Gennadius mentions a work of Maximus de Spiritali Baptismi Gratia , and three treatises on this subject, formerly ascribed to St. Augustine, are published by Migne with the works of Maximus, on the strength of three ancient MSS., one of which the church of Turin possesses. Nothing in their style is against Migne's conclusion. The first treatise dwells on the significance of the anointing of the ears before baptism; the second gives an interrogatory creed identical with the one mentioned above in the homilies, and alludes to the custom of baptizing on the third day after the profession of faith; the third speaks of the anointing of the head after baptism, by which is conferred the full regal and sacerdotal dignity spoken of by St. Peter, and of the custom of washing the feet at the same time, after the example of Christ. See F. Savio's Gli Antichi Veseovi d'Italia (Turin, 1899), p. 283.
[M.F.A.]


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Bibliography Information

Wace, Henry. Entry for 'Maximus, Bishop of Turin'. A Dictionary of Early Christian Biography. http://.studylight.org/dictionaries/hwd/view.cgi?n=554.
1911.

SOURCE : http://www.studylight.org/dictionaries/hwd/view.cgi?n=554

June 25

St. Maximus, Bishop of Turin, Confessor

HE was one of the lights of the fifth century, and was indefatigable in preaching the word of God, as Gennadius takes notice; for which function he eminently qualified himself by making the holy scriptures the subject of his continual study and meditation. He assisted at the council of Milan in 451, and at that of Rome under Pope Hilary, in 465, in which latter he subscribed the first after the pope. He died soon after this year. We have a considerable number of his homilies extant on the principal festivals of the year, and on several saints, as St. Stephen, St. Agnes, St. Laurence, St. Cyprian, &c. In his homily on the holy martyrs Octavius, Aventius, and Solutor, whose relics were kept at Turin, where they had received their crowns, he says, “All the martyrs are to be honoured by us, but especially those whose relics we possess. They assist us by their prayers; they preserve us as to our bodies in this life, and receive us when we depart hence.” In his two homilies on Thanksgiving, 1 he earnestly inculcates the duty of paying daily the homage of praise to our Creator, for which he recommends the Psalms: he strongly insists that no one ought ever to neglect morning and evening prayer, or his thanksgiving before and after every meal; he exhorts all persons to make the sign of the cross before every action, saying, “that by the sign of Jesus Christ (devoutly used) a blessing is ensured to us in all things.” We have several other sermons of St. Maximus in the new edition of St. Ambrose’s works; and Mabillon 2 has published twelve others. In the fifth, the saint declaims against the abuses of New Year’s Day, reprehends the custom of making presents to the rich at that time without giving alms to the poor, and condemns hypocritical formalities of friendship in which the heart has no share. The tenth is written “Against heretics who sell the pardon of sins,” whose pretended priests exacted money for absolving penitents instead of bidding them do penance, and weep for their offences. M. Muratori, in his Anecdota, 3 has given us several other homilies of St. Maximus from a manuscript of the Ambrosian library above one thousand years old, written in Longobardic letters. From those on St. Eusebius of Vercelli it appears that the author was himself a native of Vercelli. 4 The name of St. Maximus occurs in the Roman Martyrology, and several lessons from his homilies are inserted in the Roman Breviary. See Cave, Labbe, de Script. Eccl. Ceillier.

Note 1. P. 43, 44. [back]

Note 2. Musæum Italicum, t. 1, p. 9. [back]

Note 3. Anecdot. t. 3, p. 6. [back]

Note 4. The whole collection of the sermons of St. Maximus which are extant, is most correctly given, with Muratori’s remarks, &c. by Polet, a printer at Venice, at the end of his edition of the works of St. Leo, anno 1748. [back]

Rev. Alban Butler (1711–73).  Volume VI: June. The Lives of the Saints.  1866.

SOURCE : http://www.bartleby.com/210/6/252.html

Maximus of Turin B (RM)

Born in Vercelli, Italy; died c. 470. Bishop Saint Maximus of Turin (Italy) was indefatigable in his preaching. Many of his famous homilies about the primary feasts, several saints (Stephen, Agnes, Cyprian, Laurence, and others, especially the martyrs of Turin), and other associated writings are still available for our study. He writes: "All the martyrs are to be honored by us, but especially those whose relics we possess. They assist us by their prayers; they preserve us as to our bodies in this life, and receive us when we depart hence."


In his two homilies on thanksgiving, he earnestly inculcates the duty of praising God daily, especially using the Psalms. He strongly insists that no one ought ever to neglect morning and evening prayer, or his thanksgiving before and after every meal. This saintly bishop exhorts us to make the sign of the cross before every action, saying, "that by the sign of Jesus Christ (devoutly used) a blessing is ensured to us in all things." The saint criticizes the abuses of New Year's Day, especially the then prevalent custom of giving presents to the rich without at the same time giving alms to the poor, and the hypocritical formalities of friendship in which the heart has no share. He also wrote "Against heretics who sell the pardon of sins," whose pretended priests exacted money for absolving penitents instead of bidding them do penance, and weep for their offenses.

Maximus participated in the council of Milan in 451, and at that of Rome under Pope Saint Hilary, in 465, in which latter he subscribed just after the pope. He had to endure much during his episcopacy because of the barbarian incursions into Italy (Benedictines, Encyclopedia, Husenbeth). In art, Saint Maximus is a bishop with a hind near him (Roeder).
SOURCE : http://www.saintpatrickdc.org/ss/0625.shtml

San Massimo di Torino Vescovo


Metà IV secolo - 423 circa

Massimo guidò la diocesi di Torino, di cui è considerato il fondatore, nel travagliato periodo delle invasioni barbariche. Nato verso la metà del IV secolo, fu discepolo di sant'Ambrogio e di sant'Eusebio di Vercelli. Nonostante il suo carattere mite, che traspare dalle «Omelie» e dai «Sermoni» che ci sono pervenuti, propose ai sui fedeli un esempio di fermezza. «È figlio ingiusto ed empio - così li spronava a non lasciare la città - colui che abbandona la madre in pericolo. Dolce madre è in qualche modo la patria». Li esortava a anche a mantenersi irreprensibili nei costumi e a non confidare in superstizioni come l'invocazione della luna: «Veramente presso di voi la luna è in travaglio - scriveva con ironia -, quando una copiosa cena vi distende il ventre e il capo vi ciondola per troppe libagioni». La data della sua morte non è certa: avvenne tra il 408 e il 423. (Avvenire)

Etimologia: Massimo = grandissimo, dal latino

Emblema: Bastone pastorale, Mitra, Casula, Pallio

Martirologio Romano: A Torino, san Massimo, primo vescovo di questa sede, che con la sua parola di padre chiamò folle di pagani alla fede di Cristo e le guidò con la celeste dottrina al premio della salvezza.

Nella lista dei vescovi torinesi figura al primo posto San Massimo, semplicemente in quanto non è storicamente accertata la presenza di suoi eventuali predecessori. Alcune improbabili leggende vorrebbero invece che Massimo sia succeduto ad un certo San Vittore.

Massimo nacque in un imprecisato paese dell’Italia settentrionale nella seconda metà del IV secolo e fu chiamato a reggere la nuova cattedra episcopale di Julia Augusta Taurinorum appena eretta dal suo maestro Sant’Eusebio di Vercelli. Il sacerdote marsigliese Gennaio, storico cristiano, nella sua opera “De viris illustribus” ci presenta Massimo quale profondo conoscitore delle Sacre Scritture, forbito predicatore ed autore di parecchie preziose opere che gli hanno meritato di essere considerato uno dei padri minori della Chiesa universale.
La citazione di Gennaio termina precisando che Massimo visse regnati Onorio e Teodosio il Giovane. Soppravisse però ad entrambi e prese parte al Sinodo di Milano nel 451, comparendo tra i firmatari di una lettera inviata in tale occasione al papa San Leone Magno. Presenziò inoltre al Concilio di Roma nel 465. In un documento di quest’ultimo la firma di Massimo segue immediatamente la firma del papa Ilario ed essendo la precedenza determinata dall’età si può supporre che fosse già parecchio anziano e si morto non molto tempo dopo. Molti storici collocano però la sua morte assai prima, solitamente verso il 423.

La poderosa mole di scritti tradizionalmente attribuiti a San Massimo costituisce indubbiamente un tesoro di inestimabile interesse per gli storici della teologia. L’edizione del 1784 curata da Bruno Bruni comprendeva ben 116 sermoni, 118 omelie e 6 trattati, oggi oggetto di un attento esame di autenticità, in quanto alcuni di essi potrebbero essere in realtà attribuibili ad altri autori, anche se non mette in dubbio che il corpus principale di tali opere sia innegabilmente di Massimo e ciò permetta di ricavarne alcuni dati storici e spirituali circa la sua vita terrena. Nel 397 fu testimone del martirio dei Santi Alessandro, Sisinnio e Martirio, vescovi missionari in Rezia. I suoi testi ci danno l’opportunità di scoprire i costumi e le condizioni di vita della popolazione lombarda ai tempi delle invasioni gotiche, in un’omelia è contenuta la descrizione della distruzione di Milano operata da Attila. Tramandò così la memoria dei primi martiri torinesi: “Tutti i martiri devono essere onorati con grandissima devozione, ma devono essere onorati da noi in modo speciale questi di cui possediamo le reliquie […] dimorarono con noi, sia che ci custodiscano mentre viviamo nel corpo sia che ci accolgano quando lo abbandoniamo”. Purtroppo si limitò però a citarne nel titolo i loro nomi, Ottavio, Avventore e Solutore, senza specificare nulla di più sul loro conto.

Approfittò di due omelie di ringraziamento per rammentare ai cristiani il dovere di lodare Dio quotidianamente in particolar modo con l’ausilio dei Salmi, mattino e sera, prima e dopo i pasti. Famose inoltre le sue esortazioni a fare il segno della croce prima di compiere qualsiasi azione, per assicurarsi sempre una benedizione. Condannò infine coloro che vendevano in cambio di denaro il perdono dei peccati anziché prescrivere adeguate penitenze.

Indubbiamente una grande fama di santità circondò il vescovo Massimo già in vita e la venerazione nei suoi confronti fu perpetuata dai fedeli dopo la sua morte. Il suo culto non incontrò però purtroppo particolare fortune nei secoli successivi, forse anche a causa della mancanza dei suoi resti mortali, solitamente centro della devozione popolare nei confronti di un santo. A Collegno ancora oggi sorge un’antica chiesa e ciò ha portato a supporre che essa avesse accolto per motivi ignoti la tomba di San Massimo, anche se dopo vari scavi archeologici nulla è mai venuto alla luce. A Torino solo nel XIX secolo gli furono dedicati un edificio sacro e la strada ad esso adiacente e sempre in tale secolo si tentò un processo per attribuirgli il prestigioso titolo di “Dottore della Chiesa”. Solo dal 2004 nella Basilica Cattedrale Metropolitana di San Giovanni Battista, in occasione del rinnovo degli arredi liturgici del presbiterio voluto dall’arcivescovo cardinal Severino Poletto, San Massimo è stato raffigurato sulla nuova cattedra episcopale destinata ai suoi successori. Recentemente anche la nuova parrocchia ortodossa russa di Torino è stata a lui dedicata. L’intera Regione Pastorale Piemontese, comprendente le diocesi di Valle d’Aosta e Piemonte tranne Tortona, commemora il protovescovo torinese al 25 giugno nel suo calendario liturgico.

PREGHIERA

O Dio, che in San Massimo, vescovo e servitore del tuo popolo,
hai dato alla Chiesa un’immagine viva del Cristo, buon pastore,
per la sua preghiera concedi a noi di giungere ai pascoli della vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.
(nella diocesi di Torino:)
Proteggi, o Signore, questa Chiesa
Che san Massimo ha fondato con la parola di verità e i sacramenti della vita.
Con la sua predicazione ci hai dato di conoscere il Cristo salvatore:
per la sua intercessione fa che viviamo con coerenza la nostra vocazione di cristiani.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Autore:
Fabio Arduino