lundi 2 avril 2018

Bienheureuse ELISABETTA VENDRAMINI, vierge et fondatrice

Bienheureuse Élisabeth Vendramini

Née en 1793; béatifiée le 4 novembre 1990 (homélie de Jean-Paul II en italien)

Religieuse fondatrice ( 1860)

À Padoue en Vénétie, l’an 1860, la bienheureuse Élisabeth Vendramini, vierge, qui dépensa sa vie pour les pauvres et, après avoir surmonté de nombreuses adversités, fonda l’Institut des Sœurs Élisabéthines du Tiers-Ordre de Saint-François.
Martyrologe romain


Elisabetta Vendramini

1790-1860

Elisabetta naquit le 9 avril 1790 à Bassano del Grappa (Viterbo, Italie centrale), septième des douze enfants de parents bourgeois.

Petite, elle fut confiée aux Religieuses Augustines de Bassano. Adolescente, elle retourna dans sa famille, où elle vécut de façon plutôt mondaine.

Son mariage avec un jeune homme de Ferrara était prévu pour 1817, mais elle entendit un mystérieux appel qui lui demandait : Veux-tu être sauvée ? Va chez les Capucins.

Elle écouta l’appel, renonça au mariage, et fréquenta ces bons pères pendant sept années. Ce ne fut pas toujours facile. Puis, son frère Luigi, commissaire de police à Padoue, la fit nommer première maîtresse dans un orphelinat de Padoue. 

Elisabetta commençait à y voir plus clair : elle avait déjà eu une intuition à Bassano, pour fonder une branche de Tertiaires Franciscaines, qui s’occuperaient des plus pauvres.

En 1828, avec deux autres amies, elle donna le départ à cette communauté : les Sœurs Tertiaires Elisabettaines (car sainte Elisabeth de Hongrie, sa patronne, avait intensément vécu l’idéal franciscain, voir au 17 novembre). 

Les débuts étaient vraiment «pauvres» : le grenier de la fondation reçut humoristiquement de la Fondatrice, le nom de Somptueux Royaume de la Sainte Pauvreté (Splendida Reggia della Santa Povertà).

La pauvreté était vraiment totale, mais aussi les grâces de la Providence, qui exaucèrent régulièrement les prières des braves Religieuses. 

Elles ouvrirent tout de suite une première maison pour les petites filles.

En 1833, les Sœurs étaient déjà quinze, qui élirent Elisabetta comme Supérieure (et la réélurent jusqu’à sa mort).

Elisabetta assuma diverses demandes qui lui furent présentées : à Padoue, les filles pauvres de la Casa Industria et l’éducation des orphelines d’un autre établissement, puis la prise en charge des tout-petits, ainsi que des vieillards d’une maison de Venise.

Cette courageuse Fondatrice mourut à Padoue le 2 avril 1860, un Lundi saint, après avoir invoqué Jésus, Marie, Joseph. Son visage fut alors rayonnant, quelques jours avant son soixante-dixième anniversaire.

Les Sœurs étaient à ce moment-là plus d’une centaine.

Elisabetta Vendramini fut béatifiée en 1990.


Blessed Elisabetta Vendramini’s Story

“The love of Christ urges us on” (2 Corinthians 5:14) was Elisabetta’s guiding star.
Born in Bassano del Grappa near Treviso, at age 27 Elisabetta broke off an engagement to marry and decided to alleviate the moral and material sufferings of the poor. She began working at a girls’ orphanage in her hometown in 1820 and joined the Secular Franciscan Order the following year.
After moving to Padua in 1828, she continued working with children. In 1830, she founded the Franciscan Tertiary Sisters of Saint Elizabeth of Hungary. Until her death, Elisabetta guided this community, which dedicated itself to teaching as well as caring for the elderly, orphans, and the sick. She united her physical sufferings with those of Christ and the Sorrowful Mother Mary. Elisabetta was beatified in 1990.

Reflection

Saintly people show us that love of God and love of neighbor are two sides of the same coin. Love of God strengthens us as we take small but concrete steps to express our love of neighbor. Our inability to do everything needed should not stop us from doing what we can.

New Catholic Encyclopedia 

COPYRIGHT 2003 The Gale Group Inc.

VENDRAMINI, ELISABETTA, BL.

Foundress of the Franciscan Tertiary Sisters of Saint Elizabeth of Hungary; b. Bassano del Grappa (near Treviso), Italy, April 9, 1790; d. Padua, April 2, 1860. Elisabetta was educated in an Augustinian convent where she was imbued with an intense spirituality. In 1917, Elisabetta broke off her six-year engagement on the evening before her wedding because she felt a strong, clear calling to dedicate herself to the poor. She cared for children in her hometown, then joined the staff of the Capuchin orphanage (1820). In 1821 she assumed the habit of the Third Order of St Francis. After moving to Padua (1827), she again worked with children and opened a tuition-free school at Padua with two friends (1829). She then founded the Sisters of St. Elizabeth, a religious institute to care for orphans, elderly women, and the sick (1830). The congregation's constitution, using the rule of the Third Order Regular of St. Francis, was completed October 4, 1830, and the first sisters were professed the following year. Elisabetta served as superior for more than three decades before her death. Pope John Paul II beatified her on Nov. 4, 1990.
Feast: April 2 (Franciscans).
Bibliography: Madre Elisabetta Vendramini e la sua opera nella documentazione del tempo (Padua 1972).L'Osservatore Romano, English edition, no. 6 (1990): 1.
[K. i. rabenstein]
"Vendramini, Elisabetta, Bl.." New Catholic Encyclopedia. . Encyclopedia.com. 2 Apr. 2018 <http://www.encyclopedia.com>.

Beata Elisabetta Vendramini


Bassano del Grappa, Vicenza, 9 aprile 1790 - Padova, 2 aprile 1860

Nata a Bassano del Grappa il 9 aprile 1790, Elisabetta Vendramini studia dalle Suore Agostiniane. A 22 anni, vincendo la resistenza dei suoi genitori, si fidanza con un ragazzo di Ferrara di umili origini. Ma poco prima del matrimonio, a 27 anni, interrompe la relazione e va ad insegnare nell'orfanotrofio delle Terziarie francescane dove la Superiora la umilia ripetutamente. Così Elisabetta passa all'istituto degli Esposti a Padova che accoglie bambini abbandonati. Ma vi resta solo un anno, siamo a fino 1828, e si trasferisce alla «Casa degli sbirri». Con una compagna apre una scuola gratuita tra bambini abbandonati e anziani infermi e comincia ad accogliere delle giovani sotto il nome di Francescane Elisabettine. Dal 1835 le Elisabettine si moltiplicano e aprono scuole, aiutano gli emarginati e gli anziani. Elisabetta muore il 2 aprile 1860, prima che la congregazione ottenga i riconoscimenti canonici. Giovanni Paolo II l'ha beatificata il 4 novembre 1990. (Avvenire)

Etimologia: Elisabetta = Dio è il mio giuramento, dall'ebraico

Martirologio Romano: A Padova, beata Elisabetta Vendramini, vergine, che dedicò la sua vita ai poveri e, dopo aver superato molte avversità, fondò l’Istituto delle Suore Elisabettine del Terz’Ordine di San Francesco. 

È una diciassettenne corteggiatissima in Bassano, dopo i buoni studi dalle Suore Agostiniane. Lei delude tutti, e solo a 22 anni trova il tipo giusto: un ragazzo di Ferrara. Vince la resistenza dei suoi (per le modeste condizioni di lui), ma poco prima delle nozze tronca tutto. E ha 27 anni. Resta in casa fino ai 30, poi va a fare la maestra nell’orfanotrofio locale, tenuto dalle Terziarie francescane (una branca del Terz’Ordine, con vita comunitaria e impegno regolare verso i poveri). 

Ma l’Istituto è un disastro, e se ne dà colpa a una superiora dispotica, che subito vede in Elisabetta un’avversaria e le infligge umiliazioni insopportabili. Lei passa allora all’istituto degli “Esposti” in Padova, che accoglie bambini abbandonati. Ma dura poco anche qui: fino al novembre 1828. E non perché la trattino male. Anzi, cercano di farla restare, perché è un’educatrice valida. Lei però lascia, perché non condivide l’impostazione pedagogica: troppo aristocratica, a suo giudizio. Va a finire, sempre a Padova, in un luogo dal nome deprimente: “Casa degli sbirri”. E così ne parla: "Nel novembre 1828 fui posta da Dio con una compagna [...] in una splendida reggia della santa povertà, priva persino del letto". 

In due aprono una scuola gratuita lì, tra bambini abbandonati e vecchi infermi, cosicché devono farsi bambinaie, maestre, infermiere. E la situazione ispira a Elisabetta il disegno di un istituto nuovo, diverso; religiose addestrate all’intervento su più fronti. Comincia a raccogliere le prime giovani sotto il nome di Francescane Elisabettine (in onore di santa Elisabetta d’Ungheria, fondatrice di comunità femminili nel Duecento): saranno educatrici, ma pronte anche a operare in ogni situazione di sofferenza. Un’agile istituzione che si modella su necessità e situazioni diverse, agganciata ai bisogni di ciascun momento. Dal 1835 in poi, le Elisabettine si moltiplicano, aprono scuole, vanno a servire emarginati, vecchi, infermi. Fronteggiano un’epidemia di colera, creano asili d’infanzia. Tante necessità, tanti interventi. 

Struttura e stile dell’Istituto si rivelano adatti ai tempi: le Elisabettine otterranno via via i riconoscimenti canonici, alla fine del XX secolo saranno 1.500, attive in Europa, Africa, Medio Oriente e America latina. Elisabetta, la fondatrice, è morta prima delle approvazioni, appena dopo aver dato slancio alla sua opera. E di lei non esiste sepolcro. Il corpo è scomparso dopo il 1872, nel corso dei lavori di ristrutturazione del cimitero di Padova. Giovanni Paolo II l’ha beatificata il 4 novembre 1990.


Autore: Domenico Agasso




BEATA ELISABETTA VENDRAMINI

15/02/2013 


La fondatrice delle Suore Terziarie Francescane Elisabettine nacque a Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, il 9 aprile 1790. Era la settima dei dodici figli che Francesco, un ricco commerciante, aveva avuto dalla nobile veneziana Antonia Angela Duodo. Affidata fin da piccola per la sua educazione alle suore Agostiniane, sui quindici anni tornò in famiglia, dove però le condizioni economiche peggiorarono perché l’Austria, sconfitta da Napoleone ad Austerlitz, era stata costretta a cedere all’Italia il Veneto, provocando una forte svalutazione della propria moneta, con gravi conseguenze per l’intera popolazione.

La ragazza si innamorò di un bravo giovane di Ferrara ma nel 1817, quando pareva che tutto la portasse al matrimonio, del quale era stata persino fissata la data, la situazione cambiò di colpo: mentre con alcune amiche parlava di una nuova acconciatura dei capelli, sentì chiaramente una voce interiore che le diceva: «Vuoi tu salvarti? Vai ai Cappuccini!». Venne così dirottata verso un convento trasformato da don Marco Cremona in un orfanotrofio femminile dove le ragazze abbandonate potevano rimanere fino all’età di 25 anni. Per la Vendramini questa fu una vera e propria conversione: «In un attimo», scrisse più tardi, «non riconobbi più me stessa; il mondo mi si cambiò in disgusto; lasciai lo sposo a cui ero promessa e non pensai più che a chiudermi in un monastero».

In realtà si orientò poi verso uno stile di vita religiosa più attivo. Nel 1820 entrò nell’orfanotrofio dopo due anni di attesa (inizialmente non era stata accettata) rimanendovi sei anni come assistente della priora, con la quale si trovò più volte in conflitto, subendo umiliazioni e rimproveri. Vi pronunciò comunque i voti secondo la regola delle Terziarie secolari ed ebbe la prima intuizione di dar vita in quel luogo ad una vera e propria congregazione francescana, ma trovò poi una dura opposizione in don Cremona, che condannò il progetto ritenendolo una «aperta persecuzione». Elisabetta prese il manoscritto contenente l’abbozzo di una regola che aveva preparato, e lo collocò accanto al tabernacolo della cappella dicendo a Gesù: «Adesso, Signore, pensaci Tu!».


L’orfanotrofio venne poi chiuso per mancanza di mezzi di sussistenza. Allora il fratello Luigi si adoperò perché Elisabetta venisse assunta a Padova, dove si trovava come commissario di polizia, nella “Casa degli esposti”, una istituzione dedita da secoli alla cura dell’infanzia abbandonata. Ma anche qui emersero ben presto divergenze con la priora e con le compagne di servizio, che non condividevano il suo metodo educativo, per cui dopo quasi due anni la “prima maestra” si dimise dall’incarico, con grande rammarico del direttore. 

La sua idea era quella di fondare un istituto di terziarie regolari che avesse per fine specifico la carità, vivendo la misericordia del Padre nella dedizione multiforme verso i più bisognosi. In questo le era di guida anche il suo direttore spirituale, don Luigi Moran. Scelse dunque di trasferirsi nella zona più malfamata di Padova, la cosiddetta Codalunga, chiamata anche “Contrada degli sbirri”, abitata da famiglie che vivevano in preda alla miseria e alla corruzione. E il 10 novembre 1828 in una casa di proprietà della Curia vescovile, da lei soprannominata «reggia della santa povertà», insieme a due compagne che l’avevano seguita, accolse le prime fanciulle del quartiere per educarle. In breve le alunne arrivarono a quota 160, per cui fu necessario acquistare uno stabile attiguo ed aprirvi una vera e propria “scuola di gratuita educazione”: al mattino le ragazzine imparavano a leggere e a scrivere seguendo i programmi scolastici in vigore, mentre nel pomeriggio venivano addestrate nei tipici lavori femminili.


L’Opera - che aveva preso la denominazione ufficiale di Istituto delle Suore Terziarie Francescane Elisabettine, sotto la protezione di san Francesco d’Assisi e di santa Elisabetta d’Ungheria - si impose ben presto all’attenzione dei padovani, visto il profitto che le alunne ne traevano, e con l’aiuto di don Moran furono superate le inevitabili difficoltà economiche. Un notevole aiuto in tal senso venne all’Istituto anche da padre Bartolomeo Cornet, un religioso dell’Oratorio di san Filippo Neri, figlio di ricchi commercianti veneziani. 

Dietro un suo suggerimento, si tentò anche di aggregare l’Istituto alle Figlie della Carità della marchesa Gabriella di Canossa, ma la Vendramini, non essendo stato raggiunto un accordo «dopo due ore di reciproci contrasti», preferì continuare per la sua strada. Il 4 ottobre 1830 fu effettuata la prima vestizione secondo la prassi francescana, ed Elisabetta fu confermata “Capo d’Ordine” dal visitatore padre Francesco Peruzzo. Per l’occasione, la beata scrisse nel suo Diario di avere eletto «Maria Santissima Priora della Casa e se stessa sotto-Priora». L’anno dopo con le sue compagne fece la professione dei tre voti semplici di povertà, castità e obbedienza e nel 1833 furono consegnate alle suore le prime Costituzioni.

Colpiscono in questa vicenda la continua disponibilità e la grande versatilità di queste donne consacrate che, nel giro di pochi anni, accettarono con gioia gli incarichi più diversi, anche a quelli particolarmente gravosi, dedicandosi all’assistenza delle vittime del colera, dei ciechi, degli infermi negli ospedali cittadini e degli anziani nei “ricoveri”, senza mai trascurare l’istruzione elementare e la catechesi, e trovando anche modo di aprire alcuni asili infantili. La Fondatrice non aveva inteso dare all’Istituto una “specializzazione” particolare, considerandolo uno strumento pronto a intervenire davanti alle mutevoli esigenze dei poveri, capace di dare risposte concrete a quelli che oggi chiamiamo i “segni dei tempi”.


Finché visse, la Vendramini cercò di ottenere dal Governo il riconoscimento legale del proprio Istituto, ma ricevette sempre risposte negative in quanto mancavano solide garanzie economiche: l’attestato verrà concesso soltanto nel 1861, pochi mesi dopo la sua morte. Analoghe difficoltà incontrò da parte della Santa Sede: il decreto di lode sarà firmato solo nel 1910, mentre l’approvazione definitiva delle Costituzioni arriverà nel 1924. Nulla comunque riuscì a scoraggiare Elisabetta, la quale riteneva che l’opera fosse voluta da Dio e per questo sarebbe andata avanti anche senza di lei.

Nonostante gli acciacchi dovuti ad una forma di artrite deformante, lei continuò indefessa nel suo apostolato tra i bambini, i malati e gli anziani, anche camminando con l’aiuto di un bastone o condotta da altri su una sedia a rotelle. 

La morte sopraggiunse il 23 aprile 1860, in seguito ad ipertrofia cardiaca. Prima di spirare, Elisabetta pronunciò i nomi di Gesù, di Giuseppe e di Maria, poi aggiunse: «Ho veduto di passaggio la Santa Famiglia». Fu seppellita nel cimitero di Padova e in seguito i suoi resti furono esumati, all’insaputa delle sue Terziarie, e collocati nell’ossario comune. 

La fama di santità aveva consigliato di introdurre presto la causa di beatificazione della Vendramini, ma le vicende politiche della seconda metà dell’800 e le due guerre mondiali del 1915-18 e del 1940-45 protrassero sia l’iter di approvazione dell’Istituto, sia la causa. Soltanto nel 1939 si aprì a Padova il processo informativo diocesano, che si concluse nel 1947 con esito negativo per la scarsa presenza di testimoni “de visu”. La sua ripresa venne favorita dalle molte testimonianze di grazie e favori ottenuti per intercessione di Elisabetta. Giovanni Paolo II nel 1989 ne riconobbe le virtù eroiche e la beatificò il 4 novembre 1990.



BEATIFICAZIONE DI QUATTRO RELIGIOSE

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 4 novembre 1990

“Chi rimane in me, e io in lui, fa molto frutto” (Gv 15, 5).

1. Il maestro buono parla in parabole. Oggi la liturgia ci ricorda la parabola della vera vite e dei tralci. Dal testo evangelico di Giovanni notiamo che è stata narrata da Cristo nel cenacolo, dopo l’istituzione dell’Eucaristia, quand’egli stava per andare al Padre attraverso la Pasqua della sua morte e risurrezione.

Da quel momento le parole di Cristo: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15, 14) hanno acquistato un’importanza particolare, esse significano anche rimanete in me mediante l’Eucaristia, rimanete in me mediante il mistero del sacrificio redentore. “Chi rimane in me, e io in lui, fa molto frutto”.  

È il frutto della santità

2. È il frutto del regno di Dio. È il frutto della santità. Nel corso di tante generazioni i santi hanno confermato pienamente la verità e la potenza di queste parole. Infatti essi hanno portato frutti abbondanti, perché sono rimasti in Cristo, vera vite.

Oggi al numero di coloro, di cui la Chiesa gioisce per la santità della loro vita, aggiungiamo i nomi delle serve di Dio: Marthe Aimée Le Bouteiller, Louise-Thérèse de Montaignac de Chauvance, Maria Schininà, Elisabetta Vendramini.

D’ora in poi la Chiesa potrà venerarle come beate, con grande consolazione delle comunità dalle quali esse provengono.

 3. “Tu es mon Dieu! Je n’ai pas d’autre bonheur que toi”. 

Ces paroles du psalmiste, que la liturgie de ce jour a mises sur nos lèvres, résument bien les aspirations à une intimité sans fin avec Dieu qui furent celles de Sœur Marthe Le Bouteiller.

Désireuse de se donner totalement au Seigneur et aux autres, elle entra dans la Congrégation fondée par sainte Marie-Madeleine Postel et, au long de ses occupations quotidiennes à la cuisine, à la ferme, dans les champs et au cellier, elle mena une vie d’union à Dieu, en faisant “grandement les petites choses”, suivant une maxime chère à la fondatrice“Faisons le plus de bien possible en nous cachant le plus possible”. Sœur Marthe a su trouver dans sa vie cachée avec le Christ l’âme de son apostolat de la bonté: “Celui qui demeure en moi et en qui je demeure, celui-là donne beaucoup de fruit, car, en dehors de moi, vous ne pouvez rien faire”.  Très unie à la sainte fondatrice et à la bienheureuse Placide Viel, la “bonne” Sœur Marthe a vécu ses humbles tâches avec une qualité d’amour qui suscite l’émerveillement.

Puisse cette nouvelle Bienheureuse entraíner les jeunes générations d’aujourd’hui et de demain à découvrir la joie du don de soi au Seigneur dans la consécration religieuse! Puisse-t-elle les aider à comprendre la primauté de la vie spirituelle pour prendre part à l’édification de l’Eglise et pour mener une action féconde au service des hommes! Nos contemporains ont besoin de croiser sur leur chemin des visages qui manifestent le bonheur authentique qu’entraíne l’intimité avec Dieu. Sœur Marthe, en vraie Sœur de la Miséricorde, a su rayonner autour d’elle l’amour de Dieu. L’extrême simplicité de son existence n’a pas empêché ses Sœurs de reconnaítre chez elle une réelle autorité spirituelle. Elle a porté du fruit pour la gloire du Père: “Ce qui fait la gloire de mon Père, c’est que vous donniez beaucoup de fruit: ainsi, vous serez pour moi des disciples”. 

Ecco le parole del Papa in una nostra traduzione italiana.

Estrema semplicità di una vita nascosta

3. “Sei tu il mio Signore. Senza di Te non ho alcun bene” (Sal 15, 2). Queste parole del salmista, che la liturgia di questo giorno ha messo sulle nostre labbra, riassumono bene le aspirazioni ad una intimità senza fine con Dio che furono quelle della Sorella Marthe Le Bouteiller.

Desiderosa di donarsi totalmente al Signore e agli altri, ella entrò nella Congregazione fondata da Maria Maddalena Postel e per la totalità delle sue occupazioni quotidiane alla cucina, alla fattoria, ai campi, alla cantina, ella condusse una vita d’unione a Dio, facendo “grandemente le piccole cose”, seguendo una massima cara alla fondatrice: “Facciamo il massimo bene possibile nascondendoci il più possibile”. Suor Marthe ha saputo trovare nella sua vita nascosta con il Cristo l’anima del suo apostolato della bontà: “Se uno rimane in me e io in lui, questo porta molto frutto perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5). Molto unita alla santa fondatrice e alla beata Placide Viel, la “buona” Suor Marthe ha vissuto le sue umili mansioni con una qualità d’amore che suscita lo stupore.

Possa questa nuova Beata attrarre le giovani generazioni d’oggi e di domani a scoprire la gioia del dono di sé al Signore nella consacrazione religiosa. Possa ella aiutarli a comprendere la preminenza della vita spirituale per prendere parte all’edificazione della Chiesa e per condurre un’azione feconda al servizio degli uomini! I nostri contemporanei hanno bisogno d’incontrare sul loro cammino dei volti che manifestino la felicità autentica che porti all’intimità con Dio. Suor Marthe, in verità sorella della Misericordia, ha saputo irradiare attorno a lei l’amore dì Dio. L’estrema semplicità della sua esistenza non ha impedito alle sue sorelle di riconoscere in lei una reale autorità spirituale. Ella ha portato frutto per la gloria del Padre: “Il Padre mio è glorificato in questo: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli” (Gv 15, 8).

4. Dans la deuxième lecture de cette Messe, saint Paul recommande d’accueillir la parole de Dieu “pour ce qu’elle est réellement: non pas une parole d’homme, mais la parole de Dieu qui est à l’œuvre en vous, les croyants”. 

C’est dans cet esprit que Louise-Thérèse de Montaignac de Chauvance, fondatrice des Oblates du Cœur de Jésus, s’imprègne dès sa jeunesse de l’Evangile et aussi des psaumes, ces magnifiques prières, riches en révélation sur Dieu et sur l’homme, que l’Eglise tient à nous offrir chaque jour dans la célébration de l’Office divin.

L’écoute de la Parole de Dieu et la fréquentation des sacrements, en particulier de l’Eucharistie, aident Louise-Thérèse à rester un sarment vivant, suivant ce que Jésus nous dit dans l’Evangile: “Demeurez en moi, comme moi en vous”.  “Depuis ma première communion, je suis toujours restée sous l’action divine”, confie-t-elle.

Fille de l’Eglise et femme dans l’Eglise, elle veut “servir le Seigneur, servir l’Eglise, ce qui est tout un”. Animée d’un ardent esprit apostolique et soutenue par une vive dévotion au Cœur de Jésus, elle se met à l’œuvre en lien étroit avec son Evêque, avec les prêtres de sa paroisse, avec les fidèles laícs. Elle fonde les Oblates qui, par leur union au Christ et par leur union entre elles, sont appelées à être des ferments d’unité.

A l’issue du récent Synode des Evêques, consacré à l’importante question de la formation des prêtres, il convient, en la circonstance solennelle de ce jour, d’évoquer le souci qu’avait Louise-Thérèse de contribuer à l’épanouissement des vocations sacerdotales. Pour répondre aux besoins de l’Eglise d’alors, elle cherche à former des jeunes ouverts à l’appel de Dieu et à leur donner une instruction de base solide afin de les aider à y répondre. Sachons, nous aussi, éveiller les vocations et les faire mûrir!
Que cette liturgie de béatification renouvelle notre élan missionnaire afin que là où le Seigneur nous appelle à travailler pour son Règne nous donnions “non seulement l’Evangile de Dieu, mais tout ce que nous sommes”.  Ensemble, demandons à la bienheureuse Louise-Thérèse de Montaignac de Chauvance de nous aider à “reconnaítre l’Amour du Cœur de Jésus et le rappeler sans cesse aux hommes”, comme elle a si bien su le faire durant toute sa vie.

Ecco le parole del Papa in una nostra traduzione italiana.

Ardente spirito apostolico. Devozione al cuore di Gesù

4. Nella seconda lettura di questa Messa, San Paolo raccomanda di accogliere la parola di Dio “ma com’è veramente, quale parola di Dio ed essa mostra la sua efficacia in voi che avete creduto” (1 Ts 2, 13).

È in questo spirito che Louise-Thérèse de Montaignac di Chauvance, fondatrice delle Oblate del Cuore dì Gesù, si impegna fin dalla sua gioventù del Vangelo e anche dei salmi, queste magnifiche preghiere, ricche di rivelazioni su Dio e sull’uomo, che la Chiesa tiene ad offrirci ogni giorno nella celebrazione dell’Ufficio Divino.

L’ascolto della Parola di Dio e la frequentazione dei sacramenti, in particolare dell’Eucaristia aiutano Louise-Thérèse a restare un tralcio vivente, seguendo ciò che Gesù ci dice nel Vangelo: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15, 4). “Dalla mia prima comunione io sono sempre restata sotto l’azione divina” confida ella. Figlia della Chiesa e donna nella Chiesa ella volle “servire il Signore, servire la Chiesa, ciò che è tutt’uno”. Animata da un ardente spirito apostolico e sostenuta da una viva devozione al Cuore di Gesù, ella si mette all’opera in stretto legame col suo Vescovo, con i preti della sua parrocchia, con i fedeli laici. Ella fonda le Oblate che per la loro unione a Cristo e per la loro unione tra loro sono chiamate ad essere dei fermenti di unità.

All’uscita dal recente Sinodo dei Vescovi, consacrato all’importante questione della formazione dei preti, conviene nella circostanza solenne di questo giorno evocare il pensiero che Louise-Thérèse aveva a contribuire alla diffusione delle vocazioni sacerdotali. Per rispondere ai bisogni della Chiesa di allora, ella cerca di formare dei giovani aperti alla chiamata di Dio e a dargli un’istruzione di solida base al fine di aiutarli a risponderci.

Sappiamo, anche noi, svegliare le vocazioni e farle maturare.

Che questa liturgia di beatificazione rinnovi il nostro slancio missionario affinché laddove il Signore ci chiama a lavorare per il suo Regno noi doniamo “non solo il Vangelo di Dio ma anche la nostra stessa vita” (1 Ts 2, 8). Insieme domandiamo alla Beata Louise-Thérèse di Montaignac di Chauvance di aiutarci a “riconoscere l’amore del Cuore di Gesù e ricordarlo senza fine agli uomini”, come ella ha così bene saputo farlo durante tutta la sua vita.

Contemplazione, adorazione, riparazione e vocazioni sacerdotali

5. Il cammino spirituale della beata Maria Schininà del Sacro Cuore prese le mosse dalla penetrazione profonda dell’amore di Dio, quale si rivela nel simbolo del Cuore di Gesù; per corrispondere a questo amore accentuò nella sua spiritualità la contemplazione, l’adorazione e la riparazione.

Disgustata dal lusso e dalle vuote cerimonie del suo palazzo gentilizio, diede inizio a una vita totalmente dedicata al servizio dei poveri, sull’esempio di Gesù, che nel suo amore per gli uomini si fece buon samaritano di ogni umana infermità.

I poveri per la beata erano gli ammalati e gli anziani, gli ignoranti, i bisognosi di istruzione, i minatori delle miniere di bitume e di zolfo che non conoscevano Dio e abbisognavano di catechismo, i carcerati, ai quali la beata predicava corsi di esercizi spirituali per la Pasqua; le peccatrici pubbliche, che si mostravano quanto mai sensibili alle sue iniziative caritatevoli.

La beatificazione della Schininà nei piani della Provvidenza viene celebrata all’indomani della conclusione del Sinodo episcopale sulla formazione sacerdotale. La beata fu valido sostegno per numerosi sacerdoti, che ella serviva e venerava come ministri della Riconciliazione e dell’Eucaristia. Quanti sacerdoti furono da lei protetti spiritualmente nella vocazione e aiutati anche economicamente durante la vita di seminario!

Questa testimonianza di eroica carità evangelica è il “frutto” che la beata Schininà ha potuto portare nella Chiesa e nella società perché è “rimasta” intimamente unita al Signore. Il suo carisma resta sempre vivo e attuale, perché è presente e operante provvidenzialmente nelle mille forme di apostolato delle sue Figlie: le Suore del Sacro Cuore di Gesù.

Unione profonda con Gesù e amore verso i poveri

6. Anche la figura della beata Elisabetta Vendramini si inserisce nella dinamica spirituale che ha come fulcro centrale l’“unione” profonda con Gesù e l’amore verso i poveri, i quali sono i protagonisti di tante pagine del Vangelo. Le parole del Signore: “Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare” (Mc 8, 2) segnarono profondamente il cuore della beata Elisabetta sin dalla sua prima giovinezza, quando avvertì forte l’ispirazione di consacrarsi totalmente al Cristo e al servizio dei poveri. Abbandonò senza esitare gli agi della vita familiare e sociale per dedicarsi alle ragazze abbandonate e ai bisognosi dei quartieri più emarginati.

In questa sua opera Elisabetta traeva ispirazione e forza dall’Alto e dal suo forte spirito di orazione. Religiosa di raffinata sensibilità contemplativa, la beata si perdeva nella meditazione del Mistero della Santissima Trinità, cogliendone il dinamismo dell’incarnazione del Verbo, per arrivare, quindi, alla lode e all’ammirazione del Cristo povero e crocifisso, che riconosceva e serviva, poi, nei poveri tanto amati.

Dal cielo oggi Elisabetta esorta tutti coloro che vogliono efficacemente aiutare i fratelli nell’anima e nel corpo a trarre forza dalla fede in Dio e dalla imitazione di Cristo. Ella in questo si dimostrò un fecondo germoglio della spiritualità francescana. Di san Francesco ella imitò soprattutto la vita povera, la fede sicura e semplice, e l’amore a Cristo crocifisso.

La beata Vendramini ci insegna ancora che dove è più forte e sicura la fede, là sarà più audace lo slancio della carità verso il prossimo. Dove è più percepito il senso di Cristo, là sarà più preciso e fattivo il senso delle necessità dei fratelli.  

Oggi la Chiesa gioisce

7. “Tu amerai” (Dt 6, 5). Abbiamo guardato le figure delle nuove Beate. Ciascuna di esse ha incarnato nella vita questo primo e più grande comandamento del Vangelo: l’amore di Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza (Mc 12, 30) e l’amore effettivo verso l’uomo-prossimo. L’amore che - particolarmente in queste beate - ha i tratti femminili, materni, così come viene messo in rilievo dalla prima lettera ai Tessalonicesi. Proprio con la potenza di tale amore sono rimaste in Cristo e Cristo in esse. Ed hanno portato molto frutto.

Oggi la Chiesa gioisce perché con questo frutto la beata Marta, la beata Teresa, la beata Maria e la beata Elisabetta hanno glorificato il Padre celeste. È la gloria della comunione dei santi. La gloria vivificante per la Chiesa sulla terra.

Queste religiose ci parlano dell’amore di Cristo, dell’amore che unisce la vite e i tralci. E perciò insieme a lui gridano: “Rimanete nell’amore” (Gv 15, 10). Amen!

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana