Bienheureux Jean de Vallombreuse
Moine bénédictin (+ v. 1380)
Il était moine du monastère bénédictin de la Sainte
Trinité à Florence. Il se lança dans la magie noire et ce nécromancien dépravé,
dénoncé auprès de l'abbé-général, fut enfermé dans une prison sordide. C'est là
que, revenant sur lui-même, il se repentit et préféra rester dans sa prison
jusqu'à sa mort pour y expier ses fautes dans cet étrange ermitage. Il
correspondra alors avec sainte
Catherine de Sienne.
SOURCE : https://nominis.cef.fr/contenus/saint/6112/Bienheureux-Jean-de-Vallombreuse.html
Also known as
John of the Holy Trinity
John of Celle
Profile
Benedictine
Vallombrosan
monk
at Florence,
Italy,
taking the religious name John of the Holy Trinity. Developed a fascination
with black magic, and began to study and practice it in secret, collecting
occult and forbidden writings. Eventually found out and summoned before the
abbot-general of the Vallumbrosans, John first denied his studies, then
confessed. He was imprisoned
by the Order, which proved to be his salvation. The solitude led him to true
penitence, and some severe self-imposed autsterities. Seeing his conversion,
his brothers asked that he return to the community, but he refused, preferring
the saving solitude of his cell.
He lived to old age as a hermit,
writing,
and receiving visions
of Saint
Catherine
of Siena.
Born
c.1395
at Vallombrosa,
Florence,
Italy
of natural causes
Additional Information
Saints
of the Day, by Katherine Rabenstein
books
Our Sunday Visitor’s Encyclopedia of Saints
fonti in italiano
nettsteder i norsk
MLA Citation
‘Blessed John of Vallombrosa‘. CatholicSaints.Info. 8
March 2023. Web. 4 October 2026.
<https://catholicsaints.info/blessed-john-of-vallombrosa/>
SOURCE : https://catholicsaints.info/blessed-john-of-vallombrosa/
Saints
of the Day – John of Vallumbrosa, O.S.B. Vallumbrosan
Article
Born in Florence, Italy; died c.1380. Saint John’s
story reminds us that religious face many temptations, not all of them of the
flesh. Like many monks, John of the Holy Trinity spent hours pouring over
books. Unlike most, he became addicted to forbidden books and was drawn into
the secret practice of necromancy and the Black Arts. When discovered, he was
called before the Vallumbrosan abbot-general. At first he denied this sin against
humility and God’s goodness, but finally he confessed, found guilty, and
imprisoned. His internment proved to be his salvation: he came to true
repentance and undertook voluntary penance, fasting to the point of emaciation.
Eventually, his brothers implored him to return to the community. He, however,
preferred to remain in prison as an anchorite until his death at a very old
age. In his solitude, he attained great sanctity. John was an elegant writer
and a friend of Saint Catherine of Siena, who often appeared to him and died
the same year (Benedictines).
MLA Citation
Katherine I Rabenstein. Saints
of the Day, 1998.
CatholicSaints.Info. 6 January 2023. Web. 4 October 2026.
<https://catholicsaints.info/saints-of-the-day-john-of-vallumbrosa-o-s-b-vallumbrosan/>
SOURCE : https://catholicsaints.info/saints-of-the-day-john-of-vallumbrosa-o-s-b-vallumbrosan/
Beato Giovanni Delle
Celle Abate
Firenze, ca. 1310 -
Vallombrosa, Firenze, ca. 1394-96
Giovanni da Catignano
(1310 ca 1394), abate del monastero vallombrosiano di Santa Trinità, a
Firenze. Era un uomo geniale, buon letterato e ottimo conoscitore di Dante e
Petrarca, ma turbolento e sanguigno. S’era lasciato invischiare in un
rapporto sbagliato con una nobildonna. Deposto dall’ufficio, era stato
condannato a un anno di prigionia nella torre del monastero. Compiuta la
penitenza, i monaci avrebbero voluto reintegrarlo nell’ufficio, ma fu lui
stesso a esigere di restare per tutta la vita nelle 'Celle', un romitorio
vicino al monastero, ma completamente isolato. E 'Giovanni delle Celle' divenne
il suo nome.Vi restò per 40 anni, senza mai uscirne, dedito alla preghiera,
allo studio e alla penitenza, ma pienamente partecipe della vita del suo tempo,
per mezzo di una ricca corrispondenza con le più autorevoli personalità. Di
particolare importanza fu il suo rapporto epistolare con santa Caterina da
Siena, che gli chiese aiuto per convincere il Papa ad abbandonare Avignone e
tornare a Roma. A un frate che la criticava, Giovanni delle Celle scrisse:
«Caterina si rallegra della tua villania, per amore di Gesù che per lei ha
sopportato tante ingiurie, ma piange per la tua cecità e la tua cattiveria e
prega Dio che ti illumini e ti perdoni». Dicono i critici che il suo stile
epistolare è notevole «per il vigore della lingua, la limpidità del giudizio e
la forte religiosità». Alla sua morte, i monaci del monastero lo venerarono
subito come un santo.
Ecco un abate degradato,
nel monastero fiorentino di Santa Trinità. Non si conosce bene la sua colpa:
pare che ci sia di mezzo una donna, e comunque la cosa è molto grave, perché
dopo la degradazione l’ex abate viene chiuso dentro una torre, per un anno
intero. Nome di famiglia: Giovanni da Catignano. È entrato giovane tra i monaci
detti di Vallombrosa, dal nome del luogo presso Firenze, dove nel 1051 san
Giovanni Gualberto ha fondato l’Ordine.
E si è fatto presto
notare per l’ingegno, l’amore per lo studio e il carattere turbolento. Virtù e
difetti che lo hanno portato dapprima alla guida del monastero e poi alla
reclusione nella torre. Trascorso l’anno di prigionia, i suoi monaci lo
rivorrebbero abate. Lui invece si ritira in solitudine a Vallombrosa, ma
non dentro lo storico monastero: la cella di un vicino romitorio sarà la sua
casa per sempre, perché ha deciso di punirsi ancora per conto suo, facendosi
segregato a vita. E così, per tutti, cambia pure nome. Ora lo chiamano Giovanni
delle Celle. Vive lontano da tutto, ma è in contatto per lettera con la vita
politica e religiosa del suo tempo, soprattutto di Firenze. Ammiratore e amico
di Caterina da Siena, la difende energicamente contro un certo frate Ruffino
che l’ha accusata di eresia, e gli scrive: "Caterina gode della tua
villania, per amore di colui che tante ne sostenne per lei, e piange della tua
cecità e malizia, e prega Dio che ti illumini e ti perdoni". Anche Caterina
scrive a lui, e in una lettera gli chiede calorosamente di intervenire a
sostegno di papa Urbano VI (Bartolomeo Prignano) al quale nel 1378 alcuni
cardinali hanno contrapposto l’antipapa Clemente VII (Roberto di Ginevra). Ecco
le sue parole: "Vi prego [...] che voi andiate a Firenze a dire a quelli
che sono vostri amici, e che’l possono fare, che lor piaccia di sovvenire al
Padre loro e d’attenergli quanto gli hanno promesso".
Giovanni ha sostenuto
vigorosamente Caterina quando lottava per far cessare la residenza dei papi in
Avignone. E anche ora le dà ascolto, battendosi con gli scritti in favore di
papa Urbano, soprattutto con i governanti fiorentini. Ma rimane nella sua
cella: per nessun motivo verrà mai meno alla segregazione perpetua che ha voluto
infliggersi. Prega, studia e scrive, sempre lì per un quarantennio,
guadagnandosi pure fama letteraria di "prosatore vivo e forte" (don
Giuseppe De Luca). Conosce a fondo i grandi scrittori della classicità latina,
e gli sono familiari anche gli italiani del suo secolo, Dante e Petrarca.
Ma soprattutto da quella
solitudine Giovanni diventa guida spirituale per uomini e donne, sempre
scrivendo: ai reggitori di Firenze, a laici e a chierici, a uomini e a donne, a
chi ha perduto un figlio, e pure all’abate di Santa Trinità (che ha preso il
suo posto quando l’hanno degradato). Nella sua cella riceve la notizia della
morte di Caterina nel1380, e lì si spegne in un anno imprecisato, 1394 o 1396.
Poco dopo la sua morte, l’Ordine Vallombrosano già lo venera come beato.
Autore: Domenico
Agasso
SOURCE : http://www.santiebeati.it/dettaglio/91963
Beato Giovanni delle
Celle dell’Ordine Vallombrosano
10 Marzo
2017 di Ilaria Crocioni Pubblicato
in News, Ricorrenze
Religiose
Giovanni da Catignano
nacque intorno al 1310 e entrò presto in monastero.
Giovane dalle spiccate
doti intellettuali e con un alta formazione culturale e
letteraria, conosceva gli autori classici latini e gli scritti di Dante e
Petrarca, fu scelto come abate del monastero Santa Trinità di Vallombrosa
presso Firenze.
Sembra che
fu coinvolto in una relazione con una nobildonna e, a causa di ciò,
in seguito deposto dall’ufficio di abate del monastero
e condannato a scontare in penitenza un anno di prigionia nella torre
del monastero.
Trascorso l’anno di
prigione la sua comunità di monaci lo volle reintegrare ma lui stesso
decise di ritirarsi per tutta la vita in una cella del romitorio vicino al
monastero. Cosi diventò per tutti Giovanni delle Celle. Egli si ritirò
dalla vita del mondo ma mantenne i contatti per lettera con la vita
politica e religiosa del suo tempo e della città di Firenze.
La sua scelta ascetica
non gli impedì infatti di continuare a comunicare attraverso scambi epistolari
con personaggi illustri e non del suo tempo tra cui Caterina da Siena. La
santa gli scrisse per chiedere aiuto e convincere il papa ad
abbandonare la sede papale di Avignone e tornare a Roma.
Ad un frate che accusa la
giovane Caterina di eresia lui rispose:
“Caterina gode della tua
villania, per amore di colui che tante ne sostenne per lei, e piange della tua
cecità e malizia, e prega Dio che ti illumini e ti perdoni”.
Giovanni pregava,
studiava e scriveva nella sua cella e da quel silenzio fertile
diventò una guida spirituale per uomini e donne, laici, preti e politici.
Tra le numerose
lettere che scrisse quella indirizzata all’amico Guido sulla gioia di
donare narra cosi:
“Dio a voi dia tanta
benedizione, che voi godiate più di quello che date che di quello che vi
rimane. E davvero, chi avesse alluminato l’anima, cosi sarebbe; perocché quello
che date, vi dee fare le spese in eterno; e quello che ritenete, poco tempo:
quello c’hai dato, t’ha spenti i peccati; quello che t’è rimasto, tutto dì te
ne fa commettere: quello che hai dato è in sicuro luogo e mai perdere non si
può; quello che ritieni, sempre sta a rischio di perdersi. … Quello che dai
pasce i poveri di Cristo; ma quello che tieni, pasce la carne, e il peccato. …
Ma questa grazia ti conviene chiedere a Cristo, ed alla Vergine Maria. …Iddio
te ne dia grazia”.
Giovanni delle Celle morì
tra il 1394 e il 1396 circa e, poco dopo, l’Ordine Vallombrosano lo
venerava già come beato.
La sua memoria liturgica
ricorre il 10 marzo.
SOURCE : https://www.vaticano.com/beato-giovanni-delle-celle-dellordine-vallombrosano/
GIOVANNI dalle Celle
di Maurizio Moschella - Dizionario
Biografico degli Italiani - Volume 55 (2001)
GIOVANNI dalle Celle.
- Nacque nel 1310 da Gano, della famiglia dei Catignano, probabilmente a
Firenze, dove il padre fu personaggio autorevole, visto che è menzionato in un
documento del 1317 tra i capi delle famiglie locali invitati a far pace da
Guido dei conti Guidi di Battifolle. È opinione di alcuni studiosi, tuttavia,
che Catignano, un piccolo borgo nei pressi di Firenze, fosse il luogo di
nascita di G., e non il suo cognome.
Entrato nell'Ordine dei
benedettini vallombrosani in giovane età, nel 1346 G. fu nominato abate del
convento di S. Trinita a Firenze. Nel 1347 venne condannato a un anno di
carcere per aver intrattenuto una relazione amorosa con una giovane donna,
colpa che G. confessò all'agostiniano Simone Fidati (Simone da Cascia) in una
lettera databile al maggio-giugno di quello stesso anno. Dopo aver scontato la
pena nella torre Pitiana del convento di Vallombrosa, G. fu liberato e reintegrato
nella carica di abate grazie anche all'intercessione dei suoi confratelli e di
molti cittadini fiorentini. Nel 1350 fu a Roma in occasione del giubileo
indetto da papa Clemente VI; nel 1351, a compimento di una profonda crisi che
ebbe origine probabilmente al tempo della sua "colpa", decise di
ritirarsi nell'eremo delle Celle di Vallombrosa, da cui prese il nome e dove
trascorse il resto della vita, fatta eccezione per alcuni brevi soggiorni a
Firenze e Siena.
La scelta ascetica non
impedì a G. di mantenere contatti con il mondo, che furono esercitati
attraverso un fitto scambio epistolare con diversi personaggi più o meno
illustri del suo tempo, molti dei quali si affidavano alla sua direzione
spirituale; a essi G. esponeva riflessioni in ambito teologico e dava consigli
di natura morale.
G. seguì anche con
interesse vivissimo l'attività di Caterina da Siena della quale difese, da
sincero ammiratore, le virtù morali in un'appassionata polemica documentata da
numerose lettere, ma rimase sempre estraneo alla componente mistica presente
nell'esperienza cateriniana.
Dall'eremo di Vallombrosa
G. si teneva inoltre aggiornato sull'organizzazione della crociata alla quale
Caterina stava dedicando le sue energie. La crociata fu finalmente bandita nel
1373 da Gregorio XI, ma nessuno dei principi cristiani a cui Caterina si era
rivolta sembrava realmente disposto, al di là degli impegni formali assunti, a
gettarsi nell'impresa. Fu in quell'occasione che nacque un malinteso tra G. e
alcuni esponenti del circolo cateriniano: alcune giovani donne fiorentine,
trascinate dall'entusiasmo della Benincasa, avevano manifestato l'intenzione di
partire per la Terrasanta per unirsi ai crociati; G. scrisse allora una lettera
a una di esse, suor Domitilla, della quale era confidente spirituale,
affermando che, per lo meno in questo proposito, non era in sintonia con la
posizione di Caterina, ribadendo l'inutilità e i pericoli dell'impresa. Tali
considerazioni, rese pubbliche da un discepolo di Caterina, l'agostiniano
inglese William Flete, fecero pensare a un dissenso sostanziale di G.
dall'operato della Benincasa: dissenso che G. si affrettò a negare in una
lettera inviata allo stesso Flete nel 1376, nella quale egli confermava la sua
più completa devozione per Caterina e chiedeva di essere ammesso tra i suoi
discepoli, pur senza averla mai incontrata fino a quel momento; la sua
richiesta fu rapidamente accolta, come testimonia lo stesso G. in una lettera
del 10 ottobre di quello stesso anno. Caterina ricambiò immediatamente la stima
e l'affetto dimostrati da G. e lo esortò a entrare nella Compagnia della
Madonna sotto le volte dello spedale di S. Maria della Scala, alla quale
appartennero personaggi illustri come Iacopone da Todi, Giovanni Colombini, s.
Bernardino da Siena e la stessa s. Caterina. Il biografo della santa, Stefano
Maconi, inoltre, racconta di un miracolo che ella avrebbe operato proprio a
favore di G. che, agonizzante nella badia di Passignano, nei pressi di Firenze,
fu guarito dalle sue preghiere: di questo episodio G. diede un dettagliato
resoconto in una lettera che però non ci è pervenuta. Della corrispondenza che
ci fu tra G. e Caterina al momento sono note solo le lettere indirizzate dalla
santa al Cellense nel 1376 e nel 1378 (nn. 296 e 322 dell'ed. Meattini).
Nel gennaio del 1379, su
indicazione di Caterina, G. fu invitato a Roma insieme con altri celebri
teologi e uomini di Chiesa da papa Urbano VI, che voleva chiedere consigli
sulla condotta da adottare in merito all'elezione dell'antipapa Clemente VII e
pianificare un progetto di riforma in risposta alla grave crisi della Chiesa
provocata dal grande scisma d'Occidente (1378). Le cronache dell'epoca narrano
che l'iniziativa di Urbano VI ebbe scarso successo, tanto che solo pochissimi
religiosi si presentarono all'incontro con il papa previsto per la domenica
successiva all'Epifania del 1379 (9 gennaio); G. non era tra questi. Non è
possibile ipotizzare, come fa P. Cividali, che G. abbia risposto all'appello
solamente in considerazione dell'amicizia che lo legava al papa.
G. morì a Vallombrosa tra
il 1394 e il 1400. Il terminus post quem è il maggio-giugno del 1394,
data in cui fu eletto per la prima volta gonfaloniere di Firenze Guido del
Palagio: G. accenna esplicitamente a questa elezione in una lettera indirizzata
allo stesso Guido (n. 11 dell'ed. Giambonini); il terminus ante
quem è il 1400: Lapo Mazzei, riferendosi a G. in una sua lettera a
Francesco Datini, lo chiama "santo" e ne parla come persona morta. T.
Sala, con una precisione a dire il vero non documentata, ritiene che G. sia
morto il 10 marzo del 1396.
Il titolo di beato
attribuito a G. è frutto probabilmente di una tradizione orale consolidatasi
già nelle più antiche biografie, perché manca qualsiasi documentazione di
processi ufficiali portati a termine dall'autorità ecclesiastica; la tradizione
orale, del resto, è condizione sufficiente per la beatificazione secondo le
"Costituzioni" di Urbano VIII del 1625 e del 1634, che concedevano il
titolo di santo o di beato a chi fosse stato oggetto di un culto anteriore ai
cento anni dalla promulgazione dei decreti.
Le 34 lettere di G. che
ci sono giunte, scritte in latino e in volgare, sono datate tra il 1347 e il
1394 e, tranne quella indirizzata a Simone da Cascia, furono tutte redatte nel
romitorio di Vallombrosa. Nell'edizione critica curata da F. Giambonini (1991)
esse risultano così suddivise: nn. 1-13 a Guido del Palagio, uomo politico di
primo piano nella Firenze del secondo Trecento e figlio spirituale del
Cellense; nn. 14-18 a conoscenti o amici di Guido (Donato Ottaviani
correggiaio, Lapo Mazzei, Guccio Gucci, Francesco Datini); nn. 19-22 a vari
religiosi (una non meglio identificata suor Domitilla, Simone da Cascia, Simone
Bencini); n. 23 ai gesuati; nn. 24-30 a vari destinatari, intorno a Caterina da
Siena (sei in difesa e una in morte); nn. 31-34 ai fraticelli, relative a
questioni di ortodossia; nell'Appendice, inoltre, compaiono tre lettere di
dubbia attribuzione e alcune risposte dei corrispondenti di Giovanni dalle
Celle.
Mentre le lettere in
latino (la minoranza) non presentano spunti di originalità formale e G. rimane
sostanzialmente legato alla tradizione della scolastica, nei testi in volgare
egli si esprime con una lingua sorvegliata, aliena da marcati municipalismi e
caratterizzata, sul piano stilistico, dalla raffinatezza degli espedienti retorici,
e in particolare dalla potenza icastica delle
efficaci comparationes con cui accompagna i suoi ammaestramenti
morali. Il riconoscimento dell'alto livello di letterarietà che ben presto fu
attribuito al suo volgare è testimoniato, oltre che dal gran numero di
manoscritti del XIV e del XV secolo contenenti le sue lettere, dalle numerose
citazioni che gli accademici della Crusca gli riservarono nella II e nella III
edizione del Vocabolario. Lo stile è sostenuto da una formazione culturale
e religiosa solida e approfondita, che spazia dalla patristica occidentale e
orientale fino ai mistici e ai canonisti, e notevole appare l'influsso di s.
Bernardo, del quale G. assimila soprattutto la tendenza a fondere, "nel
clima mistico, elementi ragionativi, pratici, culturali" (G. Petrocchi,
1957, p. 215); più sporadiche invece risultano le presenze degli autori
classici (Seneca e Boezio, soprattutto) e moderni (tra di essi, Petrarca,
Jacopone da Todi, Angela da Foligno). Non si rilevano, nonostante quanto affermato
da qualche studioso (Joergensen, Sapegno, Tartaro), tracce significative della
nascente cultura umanistica nella visione del mondo di G., che rimane
improntata a un rigoroso ascetismo di marca medioevale, poco incline a lasciare
spazio a conflitti interiori (significativa, a questo proposito, è l'assenza di
riferimenti alle Confessiones di s. Agostino) e non disposto a
rischiare pericolose contaminazioni con la cultura pagana. G. si interessa dei
problemi del suo tempo, conosce e interpreta le profezie gioachimite e
pseudogioachimite, critica severamente le posizioni eterodosse dei fraticelli e
il loro progetto di povertà estrema, esorta Guido del Palagio a difendere
strenuamente la libertà di Firenze nella guerra degli Otto santi contro il papa
(mostrando una autonomia di giudizio per certi versi sorprendente in una
questione così delicata), ma poi rifiuta ogni tipo di impegno diretto nella
Chiesa e nel mondo: a Guido raccomanda: "usa questo mondo come se tu non
lo usassi" (lettera n. 4 dell'ed. Giambonini) e ai gesuati consiglia
"fuga del signoreggiare e dello onore del chericato […] amore di servire
[…] dilungamento da ogni lite […] riverenza e onore de' compagni e di tutti gli
uomini, e spezialmente de' preti e de' prelati, e di tutti i sacramenti della
Chiesa e delle cose sagrate, che sono diputate al servigio di Dio; fuga dalla
dimestichezza delli eretici e de' libri de' pagani" (lettera n. 23
dell'ed. Giambonini).
L'attività letteraria di
G. non dovette limitarsi al genere epistolare, considerato il numero delle
opere, in latino e in volgare, che gli antichi biografi gli hanno attribuito:
tra queste, una Leggenda de' viaggi di s. Caterina (perduta),
un Liber de moribus beatissimae Virginis, un Tractatus de
poenitentia, una Vita di s. Domitilla (della quale G. fu devoto) e
diversi volgarizzamenti. La recensio dei manoscritti consente, a
oggi, di considerare di G. con un buon margine di sicurezza solamente il
volgarizzamento della Summa casuum conscientiae del domenicano
Bartolomeo da San Concordio (cfr. Th. Kaeppeli, Scriptores Ordinis
praedicatorum Medii Aevi, I, Roma 1970, p. 165; IV, Roma 1993, p. 44), un
diffusissimo manuale per i confessori. La traduzione in volgare nota con i
titoli di Pisanella, Bartolina o Maestruzza, divisa in 5
libri (nei quali la materia non rispetta l'ordine alfabetico dell'originale),
fu preparata espressamente per i numerosi chierici che non conoscevano il
latino, come afferma lo stesso autore nel prologo. Non è sicuramente di G. (o
di chiunque sia l'autore della Pisanella) il grossolano riassunto
dell'opera che circolò in numerose copie alla fine del XIV secolo, noto con il
titolo Fiori della Somma del Maestruzzo, ed è senz'altro un arbitrio del
curatore l'attribuzione a G. di alcuni volgarizzamenti di autori classici (il Sogno
di Scipione e i Paradossi di Cicerone, il Trattato delle
quattro virtù morali e il Libro dei costumi attribuiti a Seneca,
ma in realtà di Martino di Braga, autore del VI sec.) apparsi a stampa nel 1825
(Volgarizzamento inedito di alcuni scritti di Cicerone e di Seneca fatto per
don G. dalle C. ed alcune lettere dello stesso, a cura di G. Olivieri, Milano
1825). È probabile che G. abbia allestito alcune traduzioni di Boezio per Guido
del Palagio (cfr. lettere 1, 2, 16 dell'ed. Giambonini, nelle quali è lo stesso
G. a darne notizia), ma finora non sono state identificate
L'edizione critica delle
lettere si trova in Giovanni dalle Celle - L. Marsili, Lettere, a cura di
F. Giambonini, I-II, Firenze 1991; edizioni parziali in Lettere del beato
G. dalle C., a cura di B. Sorio, Roma 1845; P. Cividali, Il beato G. dalle
C., in Memorie della R. Accademia dei Lincei, s. 5, XII (1907), pp.
426-477; Mistici del Duecento e del Trecento (Rizzoli), a cura di A.
Levasti, Milano 1935, pp. 783-816; Prosatori minori del Trecento, a cura
di G. De Luca, Milano-Napoli 1954, pp. 199-210; Scrittori religiosi del
Trecento, a cura di G. Petrocchi, Firenze 1974, pp. 95-102.
Fonti e Bibl.: B. Del
Sera, Compendio degli abati generali di Vallombrosa e di alcuni monaci
conversi dello stesso Ordine, Venezia 1510, p. 16; E. Locatelli, Vita del
glorioso padre s. Giovangualberto fondatore dell'Ordine di Vallombrosa, insieme
con le vite di tutti i generali, beati e beate che ha di tempo in tempo havuto
la sua religione, Firenze 1583, pp. 264-267; A. Wion, Lignum vitae, II,
Venetiis 1595, p. 71; D. Franchi, Istoria di s. Giovangualberto, Firenze
1640, p. 80; G. Bucelin, Menologium benedectinum sanctorum, beatorum atque
illustrium eiusdem Ordinis virorum, Weldkirchii 1655, p. 187; Girolamo da
Raggiolo, De beato Ioanne eremita Cellarum, in Acta sanctorum Martii,
II, Antverpiae 1668, pp. 50 s.; G. Mannucci, Le glorie del Clusentino, I,
Firenze 1674, pp. 15 s.; II, ibid. 1687, pp. 28, 86 s.; V. Simi, Catalogus
sanctorum et plurium virorum illustrium qui… effloruerunt in Valle Umbrosa,
Romae 1693, pp. 168-171; G.A. Casari, Celebriores Vallumbrosanae
Congregationis sancti, beati ac venerabiles…, Romae 1695, ritratto n. 44;
Caterina da Siena, Opere, a cura di G. Gigli, I, Siena 1707, pp. 469 s.;
G. Negri, Istoria degli scrittori fiorentini, Ferrara 1722, p. 200; C.
Carnesecchi, Vita monastica del Trecento, in Rassegna nazionale, 1°
sett. 1895, pp. 31, 54 s.; Fontes vitae s. Catharinae Senensis historici.
Documenti, I, a cura di M.-H. Laurent, Siena 1936, pp. 53-55; Thomas Antonii de
Senis "Caffarini", Libellus de supplemento legende prolixe
Virginis beate Catherine de Senis, a cura di G. Cavallini - I. Foralosso, Roma
1974, pp. 335 s., 367, 387-389; S. Caterina da Siena, Lettere, a cura di
U. Meattini, Milano 1987, pp. 1448-1455; A. Marenduzzo, Le lettere di don
G. dalle C. monaco di Vallombrosa, in Rassegna pugliese, XXII (1905), pp.
82-89; P. Cividali, Il beato G. dalle C., in Memorie della R.
Accademia dei Lincei, s. 5, XII (1907), pp. 354-457 (si vedano anche, a
parziale correzione e integrazione dello studio della Cividali, le recensioni
di C. Di Pierro in Giorn. stor. della letteratura italiana, LI [1908], pp.
358-360, di G. Volpi in Rass. bibliografica della letteratura italiana,
XVI [1908], pp. 79 s., e di C. Frati in La Bibliofilia, XV [1913-14], p.
97); D.F. Tarani, L'Ordine vallombrosano. Note storico-cronologiche,
Firenze 1920, p. 113; G. Joergensen, S. Caterina da Siena, Torino s.d.
[nulla osta 1921], pp. 298 s.; H. Grundmann, Die Papstprophetien des
Mittelalters, in Archiv für Kulturgeschichte, XIX (1929), pp. 109,
114-123; T. Sala, Diz. storico-biografico di scrittori, letterati ed
artisti dell'Ordine di Vallombrosa, I, Firenze 1929, pp. 131-138; S.
Ekwall, Quando morì il beato G. dalle C., in Rivista di storia della
Chiesa in Italia, V (1951), pp. 371-374; I. Hijmans-Tromp, Vita e opere di
Agnolo Torini, Leiden 1957, pp. 18 s., 35, 39, 225 e n., 226 e n.; G.
Petrocchi, Il problema ascetico di G. dalle C., in Id., Ascesi e
mistica trecentesca, Firenze 1957, pp. 201-231; E. Lucchesi, Le due
lettere di s. Caterina al beato G. dalle C. di Vallombrosa, Siena s.d. [1958?];
G. Petrocchi, Cultura e poesia del Trecento. La letteratura religiosa,
in Storia della letteratura italiana (Garzanti), a cura di E. Cecchi
- N. Sapegno, II, Milano 1965, pp. 669-671; C. Bec, Les marchands
écrivains. Affaires et humanisme à Florence (1375-1434), Paris 1967, pp. 117 s.,
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Sapegno, Storia letteraria d'Italia. Il Trecento (Vallardi), a cura
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SOURCE : https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-dalle-celle_(Dizionario-Biografico)
Den salige Johannes av
Vallombrosa ( - ~1380)
Minnedag:
10. mars
Den salige Johannes var
en munk i Vallombrosa-klosteret, som i all hemmelighet ble spåmann. Men da det
ble oppdaget, ble han sperret inne i en råtten celle. Han kom ut av
fangenskapet som et nytt menneske. Han fikk tillatelse til å leve som eneboer,
og satte inn sinne betydelige intellektuelle kapasitet til bedre ting. Han var
en venn av den hellige Katarina av Siena.
Minnedag 10. mars.
Kilder:
Attwater/Cumming - Sist oppdatert: 1998-07-31 20:03
SOURCE : https://www.katolsk.no/biografier/historisk/jvallomb