Gregory of Tours B (RM)
Gregorio apparteneva a una delle piú illustri famiglie della nobiltà gallo-romana; essa contava un martire, cinque vescovi poi onorati come santi, dei senatori. Suo padre, di salute cagionevole, morí giovane senza avere mai occupato cariche pubbliche, lasciando alla vedova Armentaria la cura di allevare i loro tre figli, Giorgio, Pietro, che diverrà diacono e morrà assassinato da un invidioso, e una figlia di cui si ignora il nome, che sposerà un certo Giustino.
Dopo la morte del marito, Armentaria lasciò Clermont e venne a stabilirsi nel regno di Borgogna presso Cavaillon, dove aveva una proprietà. Il piccolo Gregorio aveva allora otto anni; uno dei suoi zii, il futuro vescovo di Lione, s. Nicezio, si incaricò della sua educazione. Un altro zio, s. Gallo, aveva fondato a Clermont, sua città episcopale, una scuola diretta da Avito, anche lui futuro vescovo. Gregorio frequentò questa scuola e prese un gusto vivissimo agli studi e l'amore per i libri: infatti, divenuto vescovo, cercò di procurarsi una biblioteca ben fornita. Lesse molto, soprattutto libri storici; infatti, delle citazioni o reminiscenze che si trovano fra le sue opere è possibile affermare che lesse la Cronaca di Eusebio, tradotta da s. Girolamo, e la sua Storia Ecclesiastica, tradotta da Rufino, le Ricognizioni di Clemente, il libro degli Uomini illustri di s. Girolamo, passiones di martiri e Vitue di santi, specialmente i libri di Sulpizio Severo su s. Martino.e lesse anche Sidonio Apollinare. Dell'opera di Virgilio studiò a memoria lunghi frammenti tanto che soleva citare spesso l'Eneide. Lesse anche Sallustio e forse Aulo Gellio e Plinio, ma non conosceva Cicerone che attraverso s. Girolamo.
Fu soprattutto attirato dagli scritti sacri, specialmente dalla Bibbia come informa lui stesso. Le citazioni che fa della Sacra Scrittura nei suoi scritti provano che doveva averla letta nelle versioni popolari di quelle "antiche Bibbie latine fatte per il popolo da gente del popolo, di cui il testo del Pentateuco di Lione ci dà un'idea molto esatta e il cui latino, pieno di barbarismi e di scorrettezze di ogni genere, non era adatto ad inculcare il rispetto della grammatica, né a rendere il suo orecchio piú delicato".
Gregorio Iesse ed usò alcuni apocrifi del Nuovo Testamento e una collezione di estratti apocrifi degli Atti degli Apostoli. Conobbe anche, ma non molto, s. Girolamo, Cassiano, Sedulio, Lattanzio, Marziano Capella, s. Ilario di Poitiers, il Liber pontificalis. I Padri della Chiesa non occuparono alcun posto nelle sue citazioni, ma non si può concludere che non li avesse letti.
All'età di venticinque anni, Gregorio fu ordinato diacono della Chiesa dell'Alvernia; poco tempo dopo, cadde gravemente malato, ma fece un pellegrinaggio alla tomba di s. Martino, dove ottenne la guarigione. Poi rimase qualche tempo a Tours presso il vescovo Eufronio, suo cugino. Soggiornò in seguito in Borgogna poi a Lione, dove assolse le funzioni di diacono presso suo zio Nicezio.
Durante la sua permanenza a Reims nel 578 ebbe notizia della morte di suo cugino vescovo di Tours e della propria elezione a succedergli, fatta diciotto giorni dopo la morte del predecessore. Ricevette la consacrazione episcopale a Reims dalle mani del vescovo Egidio indi raggiunse la sua città residenziale. Fra i vescovi di Tours solo cinque non erano della sua famiglia, non c'è da stupirsi quindi che sia succeduto a suo cugino, inoltre egli aveva nella Chiesa franca, fama di sapiente e di sant'uomo.
Tours si trovava, dopo la divisione del 567, nel regno di Sigeberto regno in verità composto di territori distaccati, aventi per capitali Reims e Tours. Quando Gregorio accedette all'episcopato, la Chiesa gallo-romana era in un periodo di adattamento ad una situazione nuova. La Gallia stava perdendo; il suo aspetto romano ed entrava nel periodo barbarico. Politicamente il paese riunificato da Clotario I, era stato diviso dopo la sua morte, nel dicembre 561, fra i suoi quattro figli, Cariberto, Gontranno, Sigeberto e Chilperico. Cariberto fu re dell'Ovest, da Amiens fino ai Pirenei con Parigi per capitale (Tours era in questa parte); Gontranno ebbe Orléans, il Berry, le vallate della Saona e del Rodano; Sigeberto ebbe, con Reims, i paesi dell'Est sul bacino della Mosa, del Reno e, al di là di questo fiume, il dominio su diverse tribú germaniche fino all'Elba, ebbe inoltre, l'Alvernia e una parte della Provenza. Chilperico ebbe la parte piú piccola verso Nord con capitale Soissons. Ma essendo Cariberto morto nel 567, i suoi tre fratelli se ne divisero il territorio in maniera bizzarra. Chilperico, che aveva sposato una schiava affrancata, Fredegonda di triste memoria, ottenne il Nord e il Mezzogiorno, piú Rouen e il suo territorio, Evreux, Le Mans, Angers e la Bretagna, Bordeaux, Limoges, Cahors, il Béarn e Bigorre. Sigeberto ricevette Tours, Poitiers e qualche altro dominio al Sud della Garonna. Gontranno ottenne Nantes, Saintes, Angouleme, Périgueux e Agen. La città di Parigi restò indivisa fra i tre fratelli.
Data l'instabilità provocata da queste frequenti divisioni di territori, la guerra civile era una minaccia costante e spesso una triste realtà. Per giunta i costumi rudi dell'epoca facevano sí che, anche senza guerre e razzie, gli assassini, gli assedi alle città fossero frequenti. La Chiesa soffriva nel suo clero, nel suo patrimonio e specialmente nei suoi edifici spesso rovinati o bruciati.
La città di Tours aveva allora una grande importanza, la sua posizione geografica, la sua ricchezza la rendevano invidiabile. Essa era inoltre un centro spirituale della Gallia: il vescovo di Tours, infatti, successore di s. Martino e custode del suo sepolcro, era uno dei grandi personaggi della Chiesa franca.
Autore: Jacques Lahache
SOURCE : http://www.santiebeati.it/dettaglio/78100
Saint Grégoire de Tours
Évêque (+ 595)
Né à Clermont-Ferrand, il se rend à Tours pour se faire guérir auprès du tombeau de saint Martin. Resté à Tours, il en devient évêque. A sa mort, il laisse de nombreux traités d'histoire et d'astronomie. Une hagiographie merveilleuse et terrifiante de saint Julien et de saint Martin; un traité des cycles ecclésiastiques et surtout une tumultueuse "Histoire des Francs" étonnamment respectueuse des faits malgré des jugements passionnés, ce qui fait de lui le premier historien de la France.
Saint Grégoire évêque 573-595. (historique - diocèse de Tours)
À Tours, en 594, saint Grégoire, évêque, qui succéda dans ce siège à
saint Euphrone et
écrivit l’histoire des Francs et les vertus des saints dans une langue simple
et un récit plein de vérité.
Martyrologe romain
SOURCE : http://nominis.cef.fr/contenus/saint/158/Saint-Gregoire-de-Tours.html
Vie de Saint Grégoire —
Évêque de Tours
par l'abbé Odoat
C'est à bon droit qu'on
vénère la mémoire de tous les saints; mais les fidèles honorent en premier lieu
ceux qui, soit par leur science, soit par leur exemple, ont brillé avec plus
d'éclat que les autres. Or, que le bienheureux Grégoire, archevêque de la
métropole de Tours, ait été l'un de ceux-ci ; qu'il ait resplendi de ce
double mérite, c'est ce que prouvent des documents qui ne sont pas d'une faible
autorité. Il est donc certes nécessaire de décrire, fût-ce incomplètement, ses actions,
afin que la renommée d'un tel homme ne soit pas obscurcie quelque jour par le
nuage de l'incertitude. Sans doute il suffit à sa gloire qu'il ait au haut des
cieux le témoignage de Christ, auquel il voulait plaire ; mais parmi nous,
ne serait-ce pas cependant une chose coupable de taire les louanges de l'homme
qui s'efforça de publier celles de tant de saints ? Quelque étendue
qu'atteigne ce petit récit, tous ses hauts faits n'y seront pas racontés, parce
que, négligeant plusieurs choses que la tradition rapporte, nous nous bornons à
un petit nombre de celles qui sont attestées par ses livres. Que si quelqu'un
lui demande des miracles, mesurant judaïquement sur le nombre de miracles la
sainteté de tout personnage, que pensera-t-il de la bienheureuse mère de Dieu
ou de Jean le Précurseur ? Qu'il juge donc plus sainement, et sache qu'au
jour redoutable du jugement, beaucoup de ceux qui ont fait des miracles seront
réprouvés, et que ceux-là seulement qui se sont adonnés aux œuvres de justice
seront accueillis à la droite da souverain juge. Ainsi ce n'est pas pour avoir
opéré des miracles que nous recommandons notre métropolitain, quoique sa vie
n'en soit pas absolument dépourvue, mais nous espérons démontrer que, doux et
humble de coeur, il marcha sur les traces du Christ.
I. Grégoire était originaire de la région celtique des Gaules ; il naquit dans le pays d'Auvergne. Son père était Florentius, sa mère Armentaria ; et comme si la noblesse en ce monde se rapprochait en quelque chose de la générosité divine, ses parents étaient riches de biens et illustres par leur origine. Mais, chose plus importante, ils se montraient tellement attachés par une dévotion remarquable aux devoirs de la servitude envers Dieu, que tout membre de cette famille qui aurait été irréligieux eût mérité d'être noté comme dégénéré. Nous le démontrerons en disant quelque chose de ceux qui lui étaient le plus proches. Georgius, qui de son vivant était sénateur, prit pour épouse Léocadie ; elle descendait de la race de Vectius Epagatus qui, d'après ce que rapporte Eusèbe au Cinquième livre de ses histoires, souffrit le martyre et mourut à Lyon avec d'autres chrétiens du même temps ou plus glorieusement encore. Cette Léocadie mit au monde saint Gallus, évêque au siège d'Auvergne, et Florentins qui eut l'enfant dont nous parlons. De ce Florentius son père, d'Armentaria sa mère, de Pierre son frère, et de sa scieur, l'épouse de Justin, et de ses deux nièces, Heusténie et Justine élève de sainte Radegonde, Grégoire raconte dans ses Livres des miracles des choses qui font voir que leur foi et leurs mérites ne furent pas d'un faible éclat. Aussi jadis Léocadie portait si haut la tête dans cette Auvergne, terre natale de l'enfant, qu'elle dominait parmi les sénateurs comme la statue de Rome. C'était de tels personnages qu'était sortie la parenté de Grégoire : elle fournissait des sénateurs, des juges, et tout ce que je pourrais citer comme étant au premier rang des citoyens les plus distingués. Disons donc avec assurance de ses parents que, comme le Seigneur se manifeste en vous donnant la descendance dont vous êtes digne, c'est un fait qui doit servir à la louange de Grégoire que de sembler avoir été naturellement porté par sa famille au renom de sainteté. Fortunat disait en parlant de la race et de la patrie de Grégoire :
Honneur de ta maison, tête sublime de la cité de Tours, tu sembles parmi les Alpes de l'Auvergne un mont plus élevé qu'elles-mêmes.
Et en s'adressant à sa mère :
Deux fois heureuse par ses mérites, et pour elle et pour le monde, cette Macchabée qui donna au ciel sept enfants dignes des palmes du martyre[i][i] ; et toi aussi, Armentaria, tu es véritablement une heureuse mère, toi qui, brillante par ton enfant, ornée des oeuvres de ton fils, reçois pour couronne la sainteté persévérante de Grégoire.
Ainsi, d'une noble race rejeton plus noble encore, comme une rose qui s'échappe
de sa tige en charmant davantage, il reversa sur ses parents l'honneur grandi
d'une généreuse nature. Et quoiqu'il ne faille pas rechercher dans les noms la
majesté du mystère, lui cependant, par un heureux présage, comme l'événement
l'a démontré, reçoit le nom de Grégoire. C'est ainsi qu'en grec on appelle
l'homme vigilant ; or il savait observer, non seulement la troisième
veille, mais la seconde, ce qui est plus difficile, et même la première, ce
qu'on voit très rarement ; et parce qu'il portait le joug du Seigneur dès
son enfance, il était assis solitaire, suivant l'expression de Jérémie[ii][ii],
ou du moins dans la compagnie de saint Martin. Lorsque son jeune âge prit de la
force, il fut consacré à l'étude des lettres, travail où sa tendre intelligence
prit ses premiers développements sous l'évêque Gallus, son oncle.
II. On lui faisait
donc apprendre déjà les caractères de l'écriture, quand la divine volonté
l'initia aux signes miraculeux et ennoblit sa sainte enfance en lui montrant
des prodiges. En effet, son père, atteint d'une maladie violente, était couché
dans son lit ; le feu commençait à dévorer la moelle de ses os, le venin de la
goutte à tuméfier son corps, une vapeur brillante à fatiguer son visage,
lorsqu'un homme, se montrant en songe à l'enfant, lui parla : As-tu lu,
lui dit-il, le livre de Josué ? — L'enfant répondit : Je ne
connais rien d'autre que les caractères de l'alphabet, et je m'attriste à leur
étude où je suis attaché malgré moi. J'ignore entièrement l'existence de ce
livre. L'homme reprit : Va, dit-il, arrange une petite baguette de
bois de façon à ce qu'on puisse y mettre ce nom, et quand il sera écrit avec de
l'encre, tu le mettras sur le lit de ton père, du côté de sa tête. Si tu fais
cela, il sera soulagé. Le matin venu, il apprit à sa mère ce qu'il avait vu.
L'enfant au pieux esprit avait compris, en effet, que la chose, ce ne fut pas
lui mais sa mère qui en jugea, devait être faite. Sa mère ordonne qu'on
accomplisse la vision. Ce fut ce que l'on fit, et aussitôt le père recouvra la
santé[iii][iii].
Quoi de plus raisonnable, en vérité, que la convenance du nom de Jésus et du
bois sur lequel ou l'inscrivit pour le rétablissement de la santé ?
III. Ses parents, en
leur qualité de gens nobles, étaient possesseurs d'un vaste domaine en
Bourgogne. Comme ils étaient voisins de saint Nizier, homme de toute sainteté
qui gouvernait la cité de Lyon, celui-ci fit venir le jeune Grégoire auprès de
lui. Lorsqu'on l'amena en sa présence, le saint homme le contempla quelque
temps, et ayant observé dans cet enfant je ne sais quoi de divin, il demanda
qu'on le levât jusqu'à lui, car il était couché dans son lit; et, comme un
habitant du paradis pressentant un compagnon futur, il se mit à le réchauffer en
le pressant dans ses bras, toutefois (c'est un détail qu'il ne faut point
passer sous silence) en se couvrant entièrement avec sa robe de peur de toucher
l'enfant nu, ne fut-ce que du bout des doigts. Ce même enfant, devenu homme,
racontait souvent à ses auditeurs ce trait de, chasteté et leur conseillait de
juger, par cette précaution d'un homme qui fut parfait, combien nous, si
fragiles, tant que nous sommes, nous devons éviter l'attouchement de la chair.
Nizier bénit donc l'enfant, et après avoir prié pour son bonheur, il le remit à
ses gens[iv][iv].
